Avanza il suicidio assistito: ma è possibile invertire questa tendenza?

Si rincorrono le notizie su eutanasia e suicidio assistito, tanto che risulta difficile riuscire a commentarle a “mente fredda”: non si fa in tempo ad elaborare un pensiero su un evento ed ecco subentrarne uno nuovo, che marginalizza il precedente. Lo scorso 15 luglio, la Francia si è dotata di una nuova legge iniqua sul suicidio assistito: nonostante le forti resistenze interne (qui, qui) che avevano fatto naufragare il disegno di legge, il presidente Emmanuel Macron ha preferito forzare la mano per ottenerne l’approvazione alla Camera.
Nel frattempo, il 23 luglio, in Italia, l’Emilia-Romagna è la terza regione ad approvare una propria legge sul suicidio assistito. Secondo la consolidata strategia dei radicali, ciò mira ad aumentare la pressione sul Governo italiano perché vari una legge a livello nazionale che recepisca (e, auspicabilmente per loro, ampli) le possibilità già previste dalla sentenza n. 242/19 della Corte costituzionale.
Il 24 luglio, la medesima Corte, ha depositato la sentenza n. 152 rigettando la questione di legittimità costituzionale relativamente al vincolo dei “trattamenti di sostegno vitale” per poter accedere al suicidio assistito evitando, per il momento, un ulteriore allargamento delle maglie di questa pratica. Una lieve frenata rispetto al processo di smantellamento di quell’ordinamento giuridico fondato sul favor vitae, ma che purtroppo non rappresenta un’inversione di tendenza.
Perché ciò avvenga, prendendo spunto da tali sollecitazioni, bisogna riflettere sul rapporto della medicina e del Diritto con la sofferenza e la morte. In questo, ci viene ancora in aiuto il prof. Mario Palmaro (1968-2014), autore di un interessante saggio intitolato Eutanasia: diritto o delitto? (Giappichelli Editore, Torino, 2012), dove rilevava il conflitto tra come tale rapporto dovrebbe essere inteso e come si è corrotto nel tempo (pp. 61-71).
Nel mondo contemporaneo, si è fatta strada un’idea di medicina convenzionale, artefatta, «costruita a prescindere dal principio di realtà a e da qualunque criterio di verità». Tuttavia, un modello che prescinda dal dato di realtà e che ignori la fattualità della malattia e della morte, è destinato a fallire. Di fatto, la modernità e la post-modernità, si sono accanite contro il concetto stesso di verità, asserendo che l’uomo è incapace di coglierla, come se fossimo condannati ad un’ignoranza invincibile alla quale si può porre rimedio solamente con soluzioni convenzionali, “mettendoci d’accordo” indipendentemente dalla realtà. La malattia e la morte, prosegue Palmaro, sono una scandalosa smentita di questo paradigma: infatti, quando l’uomo soffre e muore, ci troviamo di fronte all’evidenza di un fatto incontrovertibile e la ragione può formulare un giudizio vero solo riconoscendo tale fatto, perché la verità è adesione della ragione alla realtà delle cose.
Il medico è testimone proprio di questa verità. La medicina, di fronte alla realtà della sofferenza e della morte, può 1) accettare la realtà, 2) interrogarsi sul senso di essa, 3) rifiutarla e truccare le carte, 4) riconoscere la natura dell’atto medico (ovvero un senso e un fondamento dell’atto medico). Accettare la realtà ed attribuirle il giusto significato sono tappe necessarie per riconoscere il fondamento della medicina. Infatti, «o la medicina è definita da un significato intrinseco che rende coerenti i gesti compiuti di fronte alla malattia, oppure non ha tale significato e, dunque, esistono solo singole azioni tecniche compiute da persone che (per pura convenzione), chiamiamo medici». In questa seconda ipotesi, la medicina cessa di esistere. Ciò che attribuisce significato “medico” all’atto sarebbe «sempre e soltanto la volontà del paziente. O, addirittura, “ciò che i più ritengono” sia bene per il paziente. Così, si assiste al paradosso di atti che medici non sono e che tuttavia vengono definiti terapeutici». Si pensi, ad esempio, alla definizione di “terapeutico” per l’aborto di feti malformati; o alla pretesa natura “terapeutica” di una sedazione per uccidere un paziente cronico o terminale.
Accettata questa idea contrattualistica, convenzionale del rapporto medico-paziente, si smarrisce la certezza che esistono realtà valevoli in sé e per sé prima e a prescindere da ogni interesse, preferenza o desiderio, riconoscibili da ogni persona ragionevole, tanto da richiedere che ognuno metta da parte sé stesso per rispettarle. La vera domanda non è “cosa vogliamo/possiamo/dobbiamo fare al/col malato”, che denota un pensiero convenzionale, geometrico, procedurale, ossessionato dalla definizione di “regole” «come se tutto si risolvesse nella pedissequa applicazione dei codici civili e penali o del codice deontologico in vigore in quel momento». Prima della domanda sull’agire c’è quella sull’essere: “chi o cosa ho davanti? Chi sono io malato/medico?”. Eutanasia e suicidio assistito diventano accettabili solo in una società che ha smarrito, oltre al senso della sofferenza, contezza del valoredell’uomo come creatura di Dio.
Il medico non può ridursi ad un mero esecutore di atti, deliberati da terzi, secondo il paradigma di una “medicina dei desideri” dove si afferma la “sacralità” della pretesa unilaterale dei pazienti e la mortificazione dei medici, spogliati di ogni facoltà di valutazione oggettiva. Con accenti profetici, J.R.R. Tolkien scriveva nel 1938: «il nostro è un mondo di mezzi migliori per fini peggiori». Il medico è crocevia di questa contraddizione: dotato di straordinari strumenti diagnostici e terapeutici rispetto ai suoi colleghi del passato, si trova spesso anche “svuotato” di certezze e spinto ad usare questi stessi mezzi non per curare ma per sopprimere il paziente.
Qui si situa il ruolo del Diritto rispetto al tema della sofferenza e dei diritti del malato. Anche quest’ultimo ha le stesse opzioni della medicina nei confronti della realtà: riconoscerla o rifiutarla. Esso è “giusto” quando si smarca da qualunque tentazione ideologica e prende in considerazione la realtà come veramente è, riconoscendo come un fatto che il compito del medico è curare ed assistere il malato. Il Diritto può però decidere di truccare le carte, usando la norma come paravento dietro al quale nascondere la verità (come fatto, ad esempio, con la 194). Ma, «una volta accettata la realtà, il Diritto ha il compito di custodirne il significato e il valore che – attenzione – non è il Diritto a stabilire. Il Diritto afferma il divieto di uccidere, perché riconosce che la vita umana è “in sé stessa principio di ogni valore”. Tale “verità” non si fonda sull’esistenza di una norma che punisce l’omicidio, giacché un ordinamento sciagurato potrebbe, per assurdo, anche legittimare l’uccisione di un innocente» come hanno fatto i totalitarismi del ‘900.
Il medico è testimone del valore intrinseco della vita e ben sa che ci sono atti coerenti con la sua missione e altri insanabilmente estranei a questo compito: «agire con lo scopo di provocare la morte del malato non è, né potrà mai essere oggettivamente, un atto medico. Ciò dipende dal fatto che la vita del paziente non riceve valore da una determinazione estrinseca di volontà». Il Diritto non può che prendere atto di questa verità dell’atto medico, rinforzandola attraverso gli strumenti tipici del linguaggio giuridico. Il nostro ordinamento si fonda sull’idea ininterrotta «che esistono “diritti indisponibili”, cioè, diritti ai quali nessuno può rinunciare, nemmeno chi ne è titolare». Esso, riterrebbe nullo, ad esempio, il contratto di un cittadino italiano che volesse diventare schiavo di un altro, in quanto egli è titolare di un diritto alla libertà che non implica il diritto a rinunciarvi. Stesso ragionamento vale, rafforzato, per il diritto alla vita. Solo una volta consolidate le basi del Diritto, per cui l’uccisione dell’innocente non è mai lecita, sarà possibile spingere lo sguardo più in là, cogliere il vero significato della sofferenza e invertire questa triste tendenza suicidaria.
Fonte: CR



