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La migliore risposta alla Bonino? Restituire un corpo e un’anima alla famiglia!

Lo scorso 11 settembre ci ha lasciati la leader radicale Emma Bonino, uno degli agenti più indefessi della Rivoluzione che ha portato avanti le battaglie per distruggere l’ordine sapiente voluto da Dio per la vita e la famiglia. Questa morte giunge in un momento pregno di simbolismo: l’11 settembre di 25 anni fa, veniva perpetrato un terribile attacco destinato ad infliggere una ferita ancor prima che agli Stati Uniti, alla società occidentale. Il crollo delle Torri Gemelle di New York simboleggiava una rivincita contro l’Occidente cristiano per la vittoria riportata a Vienna nel 1683 in cui l’immenso esercito ottomano del gran visir Kara Mustafà fu sconfitto dalla perizia militare del re di Polonia Giovanni III Sobieski e dalla fede dei beati Marco da Aviano e Innocenzo XI.

Ancora, nel giorno stesso in cui la Bonino concludeva il suo viaggio terreno (con una morte naturale), in Inghilterra la Camera dei Comuni ha nuovamente respinto il Terminally Ill Adults (End of Life) Bill, con 286 voti contrari e 270 favorevoli.

Talvolta la Provvidenza dispone la successione dei fatti in modo che sia più semplice derivarne un insegnamento. L’attacco che Emma Bonino ha condotto in quasi mezzo secolo di attività politica è da inquadrare nella più ampia aggressione condotta verso quell’Occidente cristiano che ha avuto il suo apogeo nella societas christiana medievale. In tal senso, il crollo delle Torri Gemelle è un simbolo concreto di quel piano di distruzione del processo rivoluzionario, così ben descritto dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) nel suo saggio Rivoluzione e Contro-rivoluzione, che mira non al crollo di torri materiali, ma di quei baluardi di fede e morale fondanti la cultura occidentale. La cultura woke vuole spazzare via e gettare nell’oblio tutto ciò che ha reso grande l’Occidente, in modo che le nuove generazioni non possano conoscere ciò che potenzialmente potrebbero amare, pretendendo così di impedire una vera restaurazione dell’ordine.

Quanto accaduto in Inghilterra deve rallegrare, ma non può essere un punto d’arrivo: contare unicamente sulle cure palliative e su un risicato scarto tra voti contrari e favorevoli ad una legge non costituisce una strategia sufficiente sul lungo termine. Se non si agisce in profondità, domani lo scarto potrà essere facilmente colmato e la legge approvata.

In tal senso, figure come la Bonino ci consentono di riflettere, per antitesi, su quali siano le reali condizioni di tale restaurazione. Ella si è adoperata per distruggere la famiglia con il divorzio prima e l’aborto poi, ponendo le basi per eutanasia e suicidio assistito: ebbene, al contrario, chi vuole davvero restaurare deve restituire alla famiglia il posto d’onore che le spetta nella società, difendendo in primis la sacralità del matrimonio – uno e indissolubile – e poi il frutto della prole che da esso deriva. Ricostituendo la famiglia, anche eutanasia e suicidio assistito avranno, si consenta l’ironia, “vita breve”: dove, infatti, un uomo solo, potrà trovare sostegno se non nella sua famiglia? Soprattutto, in una famiglia dove più elementi si dividono gli onerosi compiti della cura dell’ammalato? Ancora: dove, queste famiglie, in caso di necessità, potranno trovare un aiuto in una società dove non vi sono più figli che possano costituire un esercito di ausiliari spirituali, morali, sanitari, psicologici, economici?

Infine, dove si potrà trovare carità cristiana, se non in famiglie formate alla scuola di carità di Cristo? Per rispondere a queste domande, bisogna avere una chiara nozione di ciò che la famiglia dovrebbe essere, coadiuvati da una figura che ha studiato approfonditamente questa istituzione nel corso della storia: mons. Henri Delassus (1836-1921), basandosi sugli studi di molteplici autori, ha ricostruito un quadro accurato della vera istituzione familiare nel suo capolavoro Lo Spirito Familiare (Edizioni Fiducia, Roma, 2024, pp. 89-100).

Anzitutto, è necessario ricordare che la prosperità e la grandezza delle nazioni non è data né dalle vittorie degli uomini di guerra, né dai successi dei diplomatici, ma piuttosto dalla potenza delle loro virtù morali. Non vi è altra via di salute che quella delle virtù, morali e sociali, che sono all’origine di ogni società, «dando loro la vita, poi, formando la loro prosperità mediante la concordia e il vicendevole aiuto. Ma non basta ottenere da individualità, per quanto siano numerose, la pratica di queste virtù; bisogna che siano incorporate nelle istituzioni. Le virtù private passano con gli uomini che le praticano. Le nazioni sono esseri permanenti. Se le virtù sono il loro sostegno, il loro fondamento, esse devono essere perpetue, e questa perpetuità non possono trovarla che in stabili istituzioni».

La principale di esse, la più fondamentale, di divina creazione, è proprio la famiglia, cellula organica del corpo sociale. In essa «si trova il focolare delle virtù morali e sociali; da essa noi le abbiamo viste spandersi e penetrare con la loro forza in tutti gli organi sociali e nello Stato medesimo. Così avvenne in tutti i popoli che giunsero ad una civiltà». Questa famiglia non esiste più e tale affermazione potrà sorprendere solo «coloro i quali vedendo il nostro paese nel suo stato attuale, non hanno mai avuto idea di ciò che era in altri tempi, e di ciò che dovrebbe essere al presente». Un tempo, la famiglia, come avveniva nella società antica, «costituiva un tutto denso ed omogeneo che si governava con una intera indipendenza di fronte allo Stato, sotto l’autorità assoluta del suo capo naturale, il padre, e nella via delle tradizioni, delle abitudini e delle costumanze lasciate dai suoi antenati». Oggi, invece, essa «è tanto dipendente dallo Stato che il padre neppure ha la libertà di allevare i suoi figliuoli come la sua coscienza e le sue tradizioni di famiglia gli indicano di fare. Lo Stato se ne impadronisce con l’intento legalmente proclamato di fare di questi figliuoli altrettanti atei ed in conseguenza altrettanti scostumati. E i padri di famiglia hanno talmente perduto il sentimento di quello che sono, che lasciano fare!».

Ciò è dovuto al fatto che non abbiamo più della famiglia l’idea che si aveva una volta: «noi non la vediamo più che nella generazione presente. Questa non forma più nel nostro pensiero ed anche nella realtà, con le precedenti generazioni e con le generazioni future, quel tutto omogeneo e solidale che attraversava le età nella sua vivente unità». Con questa parola “la famiglia” «non s’intendeva dunque solamente, come oggi, il padre, la madre ed i figli, ma tutta la discendenza degli antenati e quella dei figli futuri». Inoltre, per perpetuarsi attraverso i secoli, non aveva solo la comunanza di sangue, ma un corpo e un’anima perpetua: il primo, consisteva nel bene di famiglia ricevuto dagli antenati e conservato religiosamente per trasmetterlo alle future generazioni; la seconda consisteva nelle tradizioni, cioè nelle idee degli antenati, nei loro sentimenti, nei loro costumi e consuetudini che ne derivavano.

Oggi le tradizioni non vengono più tramandate e il patrimonio è considerato dai figli alla stregua di una preda da dividersi. Quello che poteva essere diviso, ricorda Delassus, «era il prodotto netto del lavoro comune, al quale avevano contribuito i diversi membri della società domestica attuale; ma l’opera degli ascendenti doveva essere conservata intatta per essere fedelmente trasmessa nelle mani di coloro che domani, e nei secoli futuri avrebbero continuato a conservar la famiglia che i primi autori avevano fondata».

Se non restaureremo la famiglia al suo antico splendore, non potremo sperare di contrastare efficacemente l’opera di decadenza che, attraverso l’azione incessante di persone come la Bonino, conduce la società al suicidio.

Fonte: CR

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