Suicidio assistito in Veneto: possono i politici cattolici emanciparsi dalla morale?

Il 2 settembre scorso la regione Veneto, con 32 voti favorevoli, 4 astenuti e 14 contrari, ha legalizzato il suicidio assistito. Come rilevato dalla quasi totalità delle testate giornalistiche, si tratta della prima regione governata dal centrodestra ad approvare il disegno di legge d’iniziativa popolare dell’Associazione Coscioni. A tal fine, è stata decisiva l’azione del Presidente della Regione, Luca Zaia, e del presidente della Giunta Regionale, Alberto Stefani. L’intero iter si è svolto nello sconcertante silenzio della Chiesa veneta: solo a fatto compiuto il Patriarca Francesco Moraglia ha manifestato una flebile “amarezza”, incapace però di esplicitare le gravi ragioni su cui si fonda l’ingiustizia del suicidio assistito. Per di più, tanto Luca Zaia, quanto Alberto Stefani, hanno rivendicato la presunta bontà delle proprie azioni dichiarandole coerenti con la propria identità di cattolici.
In particolare, Zaia, auspicando in una recente intervista a Repubblica che anche il Parlamento legiferi in modo analogo a livello nazionale, si è spinto oltre affermando: «i cattolici devono capire che non esistono buoni e cattivi che andranno all’inferno. È giusto che la Chiesa tenga un profilo alto, a tutela della vita, ma è altrettanto vero che noi istituzioni siamo chiamati ad applicare le leggi. La differenza tra me e un prete è che io devo applicare una legge, e il prete no». Commentando le parole del Patriarca, ha poi aggiunto che lo Stato deve essere laico e che «i cattolici nelle istituzioni devono occuparsi non delle anime, ma dei corpi. […] Esiste l’obiezione di coscienza per il medico, non per chi amministra […]».
Differente è la posizione di Alberto Stefani, ma non meno insostenibile: egli difende il proprio voto in virtù degli emendamenti introdotti per limitare l’iniquità del disegno di legge, ma è doveroso rilevare che tale voto è stato dato complessivamente ad una legge che, consentendo il suicidio assistito – indipendentemente dalle condizioni d’accesso – è iniqua: Stefani, al di là delle intenzioni soggettive, non ha votato solo gli emendamenti per riformare il testo in melius, ma anche gli articoli di legge che permettono al paziente l’accesso all’autosomministrazione del farmaco letale. Il principio tomista guida per l’azione di un politico cattolico non cambia: bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu. Basta una singola goccia di veleno letale in un bicchiere d’acqua purissima perché essa sia contaminata e uccida. Così, anche nell’ipotesi di un testo di legge con un singolo articolo iniquo, esso basterebbe a rendere iniquo l’intero provvedimento e, di conseguenza, il voto ad esso moralmente illecito. Per approfondimenti in merito, si rimanda all’interessante contributo del filosofo Tommaso Scandroglio, che analizza proprio questa fattispecie di voto politico (Legge ingiusta e male minore, Phronensis editore, Palermo, 2018, pp. 211-235). D’altro canto, la dott.ssa Giulia Bovassi, Consulente in bioetica e affari sociali presso la Camera dei deputati, è entrata nel merito di tali emendamenti (qui), dimostrandone l’inutilità in un disegno di legge volto a legalizzare il suicidio assistito, quando avrebbero potuto essere oggetto di provvedimenti a sé stanti.
Quanto alle parole di Zaia, esse vogliono sancire una “autonomia” della politica dalla morale. A questo errore ha già ampiamente risposto il Magistero della Chiesa cattolica con gli insegnamenti di numerosi Pontefici in modo pressoché ininterrotto sino ad oggi. L’atteggiamento di separazione tra la vita pubblica e privata, serpeggiava già ai tempi di pontefici come Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII e san Pio X e fu da loro giustamente denunciato, ridimensionandolo fortemente (cfr. Mirari vos relativamente alla “libertà di coscienza”; Sillabo, sugli errori circa la morale naturale e cristiana nn. LVI-LIX; Immortale Dei ove si parla della conformità delle leggi a “verità e giustizia”; Il fermo proposito, che esplicita le caratteristiche del cattolico in politica).
Tuttavia, esso è emerso in modo più vivo con l’avvento della Democrazia cristiana sotto il pontificato di Pio XII, per poi svilupparsi negli anni del post-Concilio, e divenire la linea dominante ai giorni nostri. Sembra perciò utile attingere all’insegnamento di Pio XII in merito, essendosi egli espresso sul tema con una frequenza maggiore e non meno efficace dei suoi predecessori (l’argomento viene toccato, più o meno esplicitamente, in molteplici discorsi tra il 1944 e il 1956).
Si prenda, ad esempio, il suo Radiomessaggio in occasione della “Giornata della Famiglia” del 23 marzo 1952: il Pontefice, parlando dell’educazione cristiana della gioventù, metteva in guardia da quel “primo colpo” all’edificio delle norme morali cristiane che vuole «svincolarle – come si dice – dalla sorveglianza angusta ed opprimente dell’autorità della Chiesa, cosicché, […] la morale sia ricondotta alla sua forma originaria e rimessa semplicemente alla intelligenza e alla determinazione della coscienza individuale».
Nel rilevare il vizio centrale di tale “nuova morale”, papa Pacelli sottolineava come essa «nel rimettere ogni criterio etico alla coscienza individuale, chiusa gelosamente in sé e resa arbitra assoluta delle sue determinazioni, ben lungi dall’agevolarle il cammino, la distoglierebbe dalla via maestra che è Cristo. Il divin Redentore ha consegnato la sua Rivelazione, di cui fanno parte essenziale gli obblighi morali, non già ai singoli uomini, ma alla sua Chiesa, cui ha dato la missione di condurli ad abbracciare fedelmente quel sacro deposito». Pertanto, si domandava il Papa, come è possibile conciliare questa disposizione di Cristo, «che commise alla Chiesa la tutela del patrimonio morale cristiano, con una sorta di autonomia individualistica della coscienza?».
Dopo aver parlato dei precetti morali della Chiesa per l’educazione della coscienza nella vita personale, il Santo Padre vi aggiunse anche la vita pubblica affermando che «vi sono oggi molti che vorrebbero escludere il dominio della legge morale dalla vita pubblica, economica e sociale, dall’azione dei pubblici poteri nell’interno e all’esterno, […] come se qui Dio non avesse nulla da dire, almeno di definito». Pio XII evidenziava come «l’emancipazione delle attività umane esterne, come le scienze, la politica, l’arte, dalla morale viene talora motivata in sede filosofica dall’autonomia che ad esse compete, nel loro campo, di governarsi esclusivamente secondo leggi proprie, […]». Ma questo è «un sottile modo di sottrarre le coscienze all’imperio delle leggi morali. In verità, non si può negare che tali autonomie siano giuste, in quanto esprimono il metodo proprio di ciascuna attività e i confini che separano le loro diverse forme in sede teorica; ma la separazione di metodo non deve significare che lo scienziato, l’artista, il politico siano liberi da sollecitudini morali nell’esercizio delle loro attività, specialmente se queste hanno immediati riflessi nel campo etico, come l’arte, la politica, la economia».
Tale separazione non ha senso «poiché il soggetto unico di ogni specie di attività è lo stesso uomo, i cui atti liberi e coscienti non possono sfuggire alla valutazione morale». In definitiva, ammoniva il Pontefice, «tali distinzioni ed autonomie sono volte dalla natura umana decaduta a rappresentare come leggi dell’arte, della politica o dell’economia ciò che invece riesce comodo alla concupiscenza, all’egoismo e alla cupidigia. Così l’autonomia teorica dalla morale diviene in pratica ribellione alla morale» spezzando quell’armonia tra l’uomo e il suo Creatore. È per questo che i pontefici non hanno cessato d’insistere sul principio «che l’ordine voluto da Dio abbraccia la vita intera, non esclusa la vita pubblica in ogni sua manifestazione, persuasi che in ciò non vi è alcuna restrizione della vera libertà umana, né alcuna intromissione nella competenza dello Stato, ma una assicurazione contro errori ed abusi, dai quali la morale cristiana, se rettamente applicata, può proteggere».
Alla luce di tali insegnamenti, è preciso dovere dei cattolici, anche politici, conformare la propria vita, tanto privata quanto pubblica, alla legge morale naturale.
Fonte: CR



