Quando finanche una campana svela i pensieri dei cuori

L’inizio dell’anno si è aperto in modo turbolento su molti fronti, compreso quello della difesa della vita umana nascente. Ecco l’antefatto: in occasione della festa dei Santi Martiri innocenti il 28 dicembre scorso, il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, mons. Antonio Suetta, ha inaugurato una “campana dei bimbi non nati” nella torretta della sede della curia di Villa Giovanna D’Arco. Sul sito della Diocesi, si legge che questa campana «nasce dal desiderio di dare voce a chi non ha potuto avere voce, di custodire nel cuore della Chiesa il ricordo dei bambini non nati a causa dell’aborto. La campana suonerà ogni sera, alle ore 20, diventando un richiamo quotidiano alla coscienza, alla preghiera e alla misericordia. Il suo suono sarà un invito al silenzio, alla riflessione, alla compassione e alla speranza».
Come di consueto, l’iniziativa ha riacceso il dibattito sull’aborto e sulla 194 in Italia. Oltre ai cortei di collettivi femministi che gridano slogan sessantottini, è arrivata anche una lettera di Laura Amoretti, Consigliera di Parità della Liguria, indirizzata nientemeno che al Pontefice Leone XIV. In questa lettera si desidera condividere «l’inquietudine che ha generato in molti» la recente iniziativa di mons. Suetta in quanto tale decisione, «per il suo forte valore simbolico, ha suscitato preoccupazione e dolore in molte donne e famiglie, oltre a generare un clima di giudizio e stigmatizzazione rispetto a scelte personali spesso maturate in contesti complessi e sofferti». L’aborto, continua la lettera della Consigliera, «è infatti una scelta tutelata dall’ordinamento dello Stato italiano, regolata dalla legge 194 del 1978, parte integrante dei diritti di salute pubblica, nata anche per contrastare l’illegalità e riconosciuta come diritto sanitario e civile, spesso maturata in contesti di grande complessità personale, sociale ed economica».
Secondo Amoretti, oltre a riaprire ferite e acuire conflitti sociali, «iniziative di questo tipo rischiano di trasformarsi in un giudizio pubblico sulle donne, sul loro corpo e sulla loro autodeterminazione, alimentando una narrazione che non tiene conto della responsabilità, della sofferenza e della consapevolezza che accompagnano tali decisioni». I tondi sono i nostri.
Alla base di tutte le reazioni c’è una vera e propria ossessione per il “giudizio altrui” relativamente a “scelte sofferte”. Bisogna tuttavia porsi una duplice domanda: 1) siamo sicuri che il giudizio sia quello altrui? D’altra parte, a ben vedere, materialmente si tratta del rintocco di una campana; 2) perché si tratta di scelte sofferte? Nessuno, sottoponendosi ad un intervento per rimuovere un’appendice in peritonite, o un arto in cancrena, direbbe che la scelta sia “sofferta” nel senso in cui viene inteso in questo frangente. Questo perché tali interventi sono necessari per correggere qualcosa di patologico e, talvolta, per il principio di totalità, si deve rinunciare ad una parte per beneficio del corpo intero. La sofferenza potrebbe essere per lo più fisica o, se morale, dovuta alla privazione provocata dall’intervento o ad eventuale esito infausto.
Viceversa, nel caso dell’aborto, si interviene chirurgicamente o chimicamente su un corpo in uno stato fisiologico (la gravidanza) per eliminare quello che, a tutti gli effetti, è un essere umano innocente (non certo una patologia). Le evidenze relative al fatto dell’umanità del concepito sono incontrovertibili e non sembra opportuno tornarci sopra: per chi ha buon senso e onestà intellettuale, basterà quanto osservato due anni fa riflettendo sul duplice infanticidio di Parma. D’altronde, nessun argomento sarà convincente per chi non vuol essere convinto.
Quel che qui interessa, è constatare che il giudizio è più in foro interno che esterno e che la sofferenza dell’atto abortivo parte da una massima di morale generale che risuona nella coscienza di ogni essere umano in quanto tale: «bisogna fare il bene ed evitare il male». Questa massima, congiuntamente al fatto che «la vita dell’innocente è un bene» sta come premessa maggiore di un ben preciso sillogismo che suona così: «bisogna fare il bene ed evitare il male, la vita dell’innocente è un bene; dunque, è un male toglierla». Ciò deve valere sempre poiché, la generalità della premessa maggiore del sillogismo non lascia spazio a limitazioni del principio a determinate condizioni.
Si badi bene: perché tale sillogismo risuoni nella coscienza, non è necessario che se ne abbia esplicita consapevolezza. Ad uno sguardo superficiale, i termini possono non essere così chiari, soprattutto per una coscienza obnubilata dalla consuetudine di una società che da tempo sposa tesi oggettivamente contrarie alla legge morale e le legittima nell’ordinamento giuridico. Eppure, la conseguenza della trasgressione di questa massima morale, soprattutto in una donna che uccide il proprio figlio, è ben percettibile: un giudizio della donna su sé stessa e sui propri atti nel quale ella constata l’incompatibilità tra questi e la norma morale che dovrebbe guidarli. La sofferenza nasce poi dalla privazione di un bene, specialmente la vita di un figlio, operata per decisione propria (al di là degli eventuali condizionamenti esterni, che non hanno il potere di agire direttamente sulla libera volontà e, in questo senso, non possono essere la causa della deliberazione).
Inutile trasferire questo giudizio fuori di sé, tentando di convincersi che la propria sofferenza viene da un giudizio altrui o da uno “stigma sociale” che condannano la donna, considerato anche che la società odierna ne è ben lontana. È infatti stata sufficiente l’iniziativa di un solo vescovo (nemmeno di un gruppo di vescovi, o dei vertici della gerarchia ecclesiastica), per far breccia nell’artificioso edificio costruito per giustificare l’uccisione di innocenti nel grembo materno. Un essere umano davvero convinto della bontà delle proprie idee e, per conseguenza, degli atti che da queste derivano, da un punto di vista morale godrebbe della più assoluta pace (ossia la tranquillità dell’ordine, secondo la bella definizione di S. Agostino). La donna che abortisce sa, nel profondo, che quanto compie è un disordine e perciò ne soffre. Poiché i termini della questione non cambieranno mai, sempre ne soffrirà, almeno fino a quando questo atto, in conflitto col sillogismo morale che giace nel fondo della coscienza, verrà reiterato materialmente o idealmente.
Il compianto prof. Mario Palmaro, nel suo libro Aborto & 194 (Sugarco, Milano, 2008), dedicò alcune pagine proprio a questo tema (pp. 148-149, 155-156). L’autore si domandava, giustamente, perché l’aborto venga unanimemente definito un “dramma” per la donna: «la risposta è semplice, ma non la si può e non la si vuole dare: l’aborto è un dramma perché implica la soppressione intenzionale di un figlio. Se così non fosse, se si trattasse davvero della interruzione di un processo potenziale, della espulsione di un grumo di cellule, della eliminazione di un fastidioso imprevisto che non è ancora un uomo; beh, se fosse così, per quale motivo parlare di “dramma & sconfitta”?» (p. 148).
Nelle pagine seguenti, rilevava come «le donne che purtroppo passano attraverso l’esperienza dell’aborto restano segnate per sempre. Questa ferita non si manifesta sempre allo stesso modo». Nonostante l’effetto “assolutorio” della legalizzazione, «il male compiuto con quel gesto lavora ugualmente dentro la psiche della donna, mette le sue radici, e si prepara a venire a galla in maniera del tutto inattesa. La “sindrome post-aborto” è una triste realtà, che il conformismo dominante nasconde intenzionalmente alla donna che vuole abortire» (p. 155).
Svaniscano dunque le campane, la Chiesa cattolica, coloro che si ostinano a parlarne: il conflitto interiore rimarrà sempre lì, amplificato piuttosto dall’assordante silenzio in cui si sviluppa.
Fonte: CR



