Martina Oppelli e la terribile realtà del suicidio

Lo scorso 31 luglio un altro suicidio assistito è arrivato alla ribalta della cronaca: Martina Oppelli, 50 anni, affetta da sclerosi multipla, è stata accompagnata il 30 luglio in Svizzera da Claudio Stellari e Matteo D’Angelo, volontari dell’Associazione Soccorso Civile, fondata da Marco Cappato, e il giorno successivo si è tolta la vita.
La donna triestina ha lasciato una lettera “testamento” chiedendo con insistenza ai politici italiani di approvare una legge sul cosiddetto “fine vita”. Si ripete sempre identicamente il pressing di certe realtà, la cui voce è amplificata dai mass media, per ottenere la distruzione di quei pochi presidi legislativi rimasti a difesa della vita umana innocente e coerenti con la legge morale naturale.
L’uomo contemporaneo è tentato di trovare una scappatoia alla sofferenza anche perché, come detto in un precedente articolo, è venuto meno il sostegno della famiglia. È rivelatore che, in un passaggio della sua lettera, la donna asserisca: «ho pensato che forse avrei dato meno fastidio, meno problemi, fuggendo all’estero, com’è la cosiddetta fuga di cervelli all’estero, ma non importa, sono qui e voglio restare qui e morire dignitosamente qui in Svizzera». Chi hanno avuto accanto Martina Oppelli e Laura Santi? Persone che hanno continuato ad esaltare la loro apparente “libertà”: la seconda, tristemente, ad espressa domanda al marito se desiderava che rimanesse ancora un po’ con lui, si è sentita rispondere un “no”.
Secondo la nostra società tutto è permesso meno che il rispetto del Decalogo. Nell’antitetica società cristiana, tutto era permesso, meno che la trasgressione del Decalogo. Forse anche per questo la sofferenza, pur presente allora come oggi (e, per certi versi, in grado superiore) veniva affrontata con tutt’altro spirito: quello di chi, avendo contezza di confini invalicabili, sapeva di doversi rimboccare le maniche perché valicarli non era contemplabile. L’uomo che trova un ostacolo nella propria vita, lungi dal cercare scappatoie, deve più impetuosamente combattere per superarlo. La modernità insegna l’opposto: trovare una scappatoia per non combattere, facendosi abbattere dagli ostacoli. Perciò, ancor più di ieri, è fondamentale riscoprire il senso dei Comandamenti.
Nel terzo volume del suo Corso Completo di Catechismo, dedicato proprio al Decalogo (S.A.T. Editrice, Vicenza 1950, pp. 294-298), mons. Andrea Scotton (1838-1916) parla esplicitamente del suicidio commentando il quinto comandamento: “non uccidere”. Egli ricorda come «il primo ed il maggiore dei doni che ci abbia fatto il Signore nell’ordine della natura è quello di averci dato la vita del corpo. Ed infatti, di che cosa saremmo noi stati capaci senza la vita del corpo? Di niente, proprio di niente. La vita del corpo si può chiamare a ragione il fondamento di tutti gli altri beni, compresi anche quelli che appartengono all’ordine della grazia ed all’ordine della gloria».
Ed è proprio così: «se noi siamo uomini, se noi siamo cristiani, se noi possiamo e speriamo di essere dopo la morte eternamente beati, lo dobbiamo prima di tutto al fatto che il Signore per sua bontà si degnò di trarci dal nulla e darci l’esistenza. Vedete da ciò solo quanto sia prezioso il dono della vita del corpo e quanto sia cosa giusta che il Decalogo, scendendo a parlare dei nostri doveri verso il prossimo in generale, ci proibisca prima d’ogni altra cosa di togliergli quel bene che è come la base degli altri beni, la vita».
Non usa mezzi termini mons. Scotton nel definire il suicidio come un “peccato orrendo”. Infatti, col comandamento di non uccidere, «la prima vita corporale che siamo gravemente obbligati a mantenere integra è la nostra. Quale orrendo delitto non è il suicidio! Orrendo, perché offende il supremo ed esclusivo dominio che Iddio ha sopra la vita dell’uomo. Orrendo, perché offende quella carità, con la quale ciascuno è obbligato ad amare sé medesimo. Orrendo, perché a chi se ne rende colpevole reca il massimo dei mali temporale ed eterno. Orrendo, perché strazia senza alcuna speranza di conforto umano l’animo dei genitori, della sposa, dei figli, dei congiunti, degli amici, spargendo il lutto in intere famiglie. Orrendo, perché mette sottosopra tutto il vicinato, perché turba la Chiesa santa di Dio, perché lo scandalo è clamoroso in tutta la sua gravità e non rimane pur troppo senza imitatori».
Una delle caratteristiche del suicidio, dal momento che «l’idea spinge all’atto di cui è rappresentazione» (Antonino Eymieu, Il Governo di sé stesso. Le grandi leggi psicologiche, Edizioni Radio Spada, Cermenate, 2021, p. 31), è un radicale spirito di emulazione che porta anche altri all’emulazione.
Mons. Scotton ricorda come ha del contagioso «anche il suicidio e mette ribrezzo il leggere la cronaca di ciò che avviene ogni giorno in tante parti di questo mondo, civile nelle apparenze esteriori, ma inselvatichito nei più nobili sentimenti del cuore. Si direbbe che siamo ai tempi degli eretici donatisti, dei quali ci narra S. Agostino che lo slanciarsi a precipizio giù per le rupi od il gettarsi nel fuoco o l’annegare nelle acque era come un gioco di tutti i giorni: Quotidianus illis ludus fuit» (S. Agostino, De Correctione Donatistarum, Ep. 185 ad Bonifacium, n. 12). C’è solo un caso in cui il suicidio può scusarsi, ed è la perdita dell’uso di ragione: all’infuori di questo però «non vi è cosa al mondo, la quale possa rendere lecito ad alcuno il darsi di sua propria autorità direttamente la morte: non la più squallida delle miserie, non la più disperata delle infermità, non il timore della più grande delle pene, non la vergogna di aver fatto getto del proprio onore, non la paura di un qualsiasi gran male inevitabile ed imminente, non persino il manifesto pericolo delle più brutali violenze» (S. Agostino svolge magistralmente questa dottrina, De Civitate Dei, lib. 1, c. 19-28).
La saggezza della dottrina della Chiesa risponde anche a chi, confondendo maliziosamente le acque, parla di “accanimento terapeutico”. Già papa Pio XII, in un discorso del 1957 dove rispondeva a tre quesiti sulla rianimazione, dopo aver ricordato ciò che la ragione naturale e la morale cristiana affermano circa il dovere dell’uomo di preservare la propria salute affermò che tale dovere «di solito richiede solo l’uso di mezzi ordinari (secondo le circostanze delle persone, dei luoghi, dei tempi, della cultura), cioè mezzi che non impongono alcun onere straordinario a sé stessi o ad altri. Un obbligo più rigoroso sarebbe troppo gravoso per la maggior parte degli uomini e renderebbe troppo difficile l’acquisizione di beni maggiori e più elevati. La vita, la salute, ogni attività temporale, sono infatti subordinate a fini spirituali. Inoltre, non è vietato fare più di quanto sia strettamente necessario per preservare la vita e la salute, a condizione che non si venga meno a doveri più gravi». Insegnamento questo, ripreso anche dalla dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Iura et Bona del 1980 (parte IV), in un documento del Pontificio Consiglio Cor Unum dell’anno successivo su “Questioni etiche relative ai malati gravi e ai morenti”, e ribadito nella recente dichiarazione Samaritanus Bonus del 2020 (n. 2).
Quando si parla di Comandamenti, bisogna tenere sempre presente che Dio non comanda l’impossibile «ma quando comanda ci ammonisce di fare quello che puoi, di chiedere quello che non puoi, e ti aiuta perché Tu possa» (Denz. H, n. 1356). Quel che manca oggi è la fiducia in Dio. Le persone che fanno ricorso al suicidio assistito, vedono l’unica “soluzione possibile” nella violazione della legge morale naturale, perché vivono immerse nell’ateismo, teorico o pratico. Ma quando ci si conforma all’insegnamento della Chiesa, abbandonandosi alla Divina Provvidenza, si può essere certi dell’aiuto di Dio per superare ogni situazione, anche quella apparentemente più disperata.
Fonte: CR



