La guerra del Regno Unito alla legge naturale: dall’infanticidio al suicidio assistito

Nelle ultime settimane il mondo ha assistito ad una escalation senza precedenti nella guerra tra Israele ed Iran. Una guerra che potrebbe assumere le proporzioni di un conflitto globale, con una probabilità non remota che siano impiegate armi nucleari. In questa terribile cornice, l’Occidente moderno è ormai inerme e incapace di reagire: invece di riconoscere i propri errori, a partire dal rinnegamento di quelle radici cristiane che hanno costituito l’essenza del suo glorioso passato, sembra ormai in preda ad una folle corsa verso il suicidio morale. È infatti notizia recente che il Parlamento inglese, dopo l’approvazione di leggi per comminare sanzioni a chi interferisce, persino pregando silenziosamente, con l’accesso a “servizi abortivi”, si è spinto ancora oltre approvando un emendamento all’attuale legislazione sull’aborto, secondo il quale «le donne devono essere escluse dall’Offences Against the Person Act 1861 e dall’Infant Life Preservation Act 1929 in relazione alle proprie gravidanze, allineando l’Inghilterra e il Galles all’Irlanda del Nord». L’emendamento, presentato dalla deputata laburista Tonia Antoniazzi, è stato approvato con 379 voti a favore e 137 contrari.
La gravità di questo passo è enorme: qualsiasi donna, anche qualora dovesse provocarsi un aborto oltre la ventiquattresima settimana (attuale limite imposto dall’Abortion Act del 1967, valicabile solo in casi particolari) non potrebbe più essere in alcun modo perseguita penalmente per l’atto compiuto.
I deputati promotori di questo emendamento hanno addotto come motivazione di stampo emotivo la necessità di far fronte all’aumento del numero di incriminazioni registrato negli ultimi anni: 104 casi del 2019 con un’accelerazione in periodo pandemico per la prescrizione da remoto delle pillole abortive da poter assumere a casa entro le 10 settimane dall’inizio della gestazione. In particolare, durante le discussioni sono stati citati due casi emblematici per premere sulla depenalizzazione: quello di Carla Foster, che nel 2020 era stata condannata a più di 2 anni di carcere per aver compiuto un aborto alla trentaduesima settimana di gravidanza tramite pillole abortive che aveva ottenuto sostenendo di essere incinta di sette settimane e quello di Nicola Packer, assolta dall’accusa di aver assunto la pillola abortiva oltre il termine di 10 settimane, dopo un processo durato quasi cinque anni. La deputata Antoniazzi ha definito “completamente inaccettabile” che la Packer sia stata «costretta a sopportare l’umiliazione e il tumulto di un processo». Se questo (s)ragionamento venisse applicato a tutti i delitti sarebbe la fine del diritto penale e più in generale dell’ordine costituito. Qualsiasi criminale potrebbe reclamare il diritto di non subire un processo solo perché “emotivamente insopportabile e umiliante per lui”.
Grazie al cielo, non sono mancate delle perplessità: Shabana Mahmood, segretaria alla Giustizia del governo laburista, in una lettera agli elettori del suo seggio, ha sottolineato che «un’estensione dell’aborto fino al momento del parto oltre le eccezioni attualmente previste non sarebbe solo inutile, ma anche pericoloso». La Society for the Protection of Unborn Children ha messo invece in guardia sul rischio che l’emendamento porterà ad interruzioni «addirittura a pochi momenti prima della nascita», richiamando quanto accade in Nuova Zelanda e nello stato australiano di Victoria, dove la depenalizzazione è già consolidata, con un incremento degli aborti nelle fasi avanzate della gestazione.
D’altro canto, il 20 giugno scorso, nella Camera dei Comuni si è tenuto un dibattito al termine del quale è stato approvato, con 314 favorevoli e 291 contrari, il disegno di legge presentato da un’altra deputata labourista, Kim Leadbeater, denominato “Terminally Ill Adults (End of Life) Bill” che mira a «consentire agli adulti malati terminali, nel rispetto di garanzie e tutele, di richiedere e ricevere assistenza per porre fine alla propria vita; e per scopi connessi». Il superamento della terza lettura significa che il disegno di legge passerà al vaglio della Camera dei Lord per poi ottenere il Royal Assent di un re già prossimo alla fine del proprio regno. Anche in questo caso il disegno di legge è stato pubblicamente contestato da un buon numero di parlamentari di diversi partiti secondo i quali questa pericolosa modifica della legge inglese metterebbe a rischio le persone vulnerabili e porrebbe fine a molte vite attraverso il suicidio assistito.
Due terribili attacchi, dunque, all’inizio e alla fine della vita umana innocente, che segnano un triste segnale di morte in un mondo lacerato da guerre già di per sé sufficienti a seminare morte e distruzione. Da un lato, si offre alle donne un potere pressoché totale di vita o di morte sul figlio, ormai prossimo alla nascita, continuando però schizofrenicamente a ritenere l’infanticidio un reato (Infanticide Act, 1938). Dall’altro, si offre a chiunque un potere di disponibilità sulla propria vita con quella stessa disinvoltura con cui un folle genitore permetterebbe ad un bambino di giocare con una pistola carica e senza sicura.
In occasione del Giubileo dei Governanti, il 21 giugno scorso, il Santo Padre Leone XIV ha pronunciato parole che giungono con un perfetto tempismo e suonano come un grave monito: «per avere allora un punto di riferimento unitario nell’azione politica, piuttosto che escludere a priori, nei processi decisionali, la considerazione del trascendente, gioverà cercare, in esso, ciò che accomuna tutti. A tale scopo, un riferimento imprescindibile è quello alla legge naturale, non scritta da mani d’uomo, ma riconosciuta come valida universalmente e in ogni tempo, che trova nella stessa natura la sua forma più plausibile e convincente. Di essa già nell’antichità si faceva autorevole interprete Cicerone, il quale nel De re publica scriveva: “La legge naturale è la diritta ragione, conforme a natura, universale, costante ed eterna, la quale con i suoi ordini invita al dovere, con i suoi divieti distoglie dal male […]. A questa legge non è lecito fare alcuna modifica né sottrarre qualche parte, né è possibile abolirla del tutto; né per mezzo del Senato o del popolo possiamo affrancarci da essa né occorre cercarne il chiosatore o l’interprete. E non vi sarà una legge a Roma, una ad Atene, una ora, una in seguito; ma una sola legge eterna e immutabile governerà tutti i popoli in tutti i tempi” (Cicerone, De re publica, III, 22)».
Il Papa ha proseguito affermando che la legge naturale «universalmente valida al di là e al di sopra di altre convinzioni di carattere più opinabile, costituisce la bussola con cui orientarsi nel legiferare e nell’agire, in particolare su delicate questioni etiche che oggi si pongono in maniera molto più cogente che in passato, toccando la sfera dell’intimità personale», implicito riferimento a quanto sta accadendo.
Alla fine del discorso, il Pontefice ha additato proprio la figura di san Tommaso Moro come esempio per tutti i politici, una figura che «non esitò a sacrificare la sua stessa vita pur di non tradire la verità». Il Lord cancelliere si rifiutò di accettare l’Atto di Supremazia con cui il re Enrico VIII si auto-proclamava capo della Chiesa d’Inghilterra, disconoscendo il primato del Papa. Tommaso Moro fu beatificato da Leone XIII nel 1886 e canonizzato da Pio XI nel 1935 per poi essere dichiarato patrono degli statisti e politici cattolici da Giovanni Paolo II nel 2000. Non è un caso che Leone XIV abbia citato proprio la figura di un santo inglese, contraltare di un Regno Unito che invece volta così platealmente le spalle alla legge naturale varando leggi inique sempre più in aperto contrasto con essa. È solo dalla santità e dal rispetto dell’ordine morale, infatti, che potrà ripartire la ricostruzione della civiltà cristiana sulle macerie di un mondo accecato dall’odio per la vita umana innocente.
Fonte: CR



