Leggi regionali sul suicidio assistito: la negativa influenza dei film

L’ottantaduesima Mostra del Cinema di Venezia, si è aperta il 27 agosto scorso con la proiezione di un nuovo film del regista Paolo Sorrentino intitolato “La Grazia”, che ha vinto il premio Pasinetti al Miglior film italiano del festival. La pellicola racconta i dilemmi di un Presidente della Repubblica italiana, per giunta cattolico, chiamato alla fine del proprio mandato a decidere se promulgare o meno una legge sull’eutanasia. Il film sarà distribuito nelle sale cinematografiche a partire dal 15 gennaio 2026.
I radicali hanno commentato negativamente la critica al film da parte del presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone (FdI), ribadendo come «sia l’individuo, e non lo Stato, a dover scegliere della propria vita e del proprio corpo. Le istituzioni, semmai, dovrebbero garantire questa libertà, non negarla. Il corpo è di chi lo vive, anche nella sofferenza».
Sullo sfondo, giunge anche la notizia di un secondo caso di suicidio assistito in Toscana da quando è stata approvata, l’11 febbraio scorso, la legge regionale che lo consente. Non solo, ma il 17 settembre scorso anche la regione Sardegna si è dotata di una legge analoga.
Viste le considerazioni dei radicali, vale la pena ricordare dapprima alcune riflessioni del prof. Mario Palmaro, riportate in un articolo di due anni fa e sviluppate nel libro Eutanasia, diritto o delitto? (Giappichelli, 2012, pp. 73 e ss.), riguardati il principio di autonomia, cavallo di battaglia per la legittimazione di eutanasia e suicidio assistito. Tali atti vengono comunemente considerati come applicazione di suddetto principio poiché invocherebbero il diritto di ogni persona a decidere quando e come morire. Ma si considerino i tre scenari possibili:
- O il soggetto chiede eutanasia/suicidio assistito ma in base al principio di indisponibilità della vita né medici né Stato soddisfano la richiesta;
- O il soggetto, con un potere illimitato, chiede eutanasia/suicidio assistito per cui medico e Stato si trovano costretti a soddisfare qualunque richiesta venga posta (anche di una persona sana). Questa però non è, in generale, la posizione sostenuta dai radicali (che reclamano un controllo da parte dello Stato);
- O il soggetto fa tale richiesta e viene soddisfatto solo quando Stato e medico hanno stabilito che esso rispetta i requisiti necessari per poterla soddisfare. Questa è la configurazione “normale” dell’istanza eutanasica.
Si noti, afferma Palmaro, che nel terzo caso «l’elemento decisivo per la realizzazione dell’eutanasia non è più la volontà del paziente – che pure è condizione imprescindibile – ma il giudizio di un soggetto terzo sulla condizione oggettiva del richiedente. Dunque, il fondamento dell’eutanasia su richiesta non è il principio di autonomia, bensì il principio di “qualità della vita”, cioè un giudizio inevitabilmente convenzionale ed arbitrario da parte della società sul valore della vita umana in certe condizioni».
Il principio di autonomia, quindi, nasce come affermazione dell’individuo contro la volontà arbitraria del potere pubblico e subisce la sua più cocente sconfitta ritrovandosi proprio in balia di tale potere, avendo rinunciato al baluardo dell’indisponibilità della vita.
L’ennesima pellicola pro-eutanasia impone però una riflessione su altri due aspetti: i principi morali che dovrebbero regolare l’utilizzo del cinema e il ruolo di militanza di ogni cattolico nel contrastare idee dannose per le anime e per la società, specialmente veicolate dai film.
I principi, validi allora come oggi, sono stati definiti in modo chiaro da Pio XII nella sua Enciclica Miranda prorsus, dell’8 settembre 1957, che merita d’essere letta integralmente. Lo spettacolo, affermava il Pontefice, «comprende generalmente non soltanto elementi ricreativi e informativi, ma anche educativi» e può essere definito una “scuola di vita” «perché questo genere di spettacolo contiene la presentazione di immagini schermiche in movimento integrate, con particolare fascino, dal sonoro e dal parlato, in tal modo da colpire non soltanto l’intelligenza e le altre facoltà, ma tutto l’uomo, come soggiogandolo, e quasi obbligandolo a partecipare personalmente all’azione raffigurata».
Per tale motivo, se usato nel male, il film può innestare negli uomini l’errore e indurli ad atti immorali, come purtroppo l’approvazione di leggi pro-suicidio ed eutanasia attestano. Va ricordato «che lo scopo principale della classificazione morale è di illuminare l’opinione pubblica, sicché tutti s’inducano ad apprezzare quei valori morali, senza i quali viene a mancare ogni idea di sana cultura e di vera civiltà. È, pertanto, indubbiamente da riprovare la condotta di quanti, con troppa condiscendenza, fanno passare dei film che, pur vantando pregi tecnici, offendono l’ordine morale […]».
Quanto alla militanza, in un Radio-discorso ai fedeli di Roma del 10 febbraio 1952, il Papa ricordava come è necessario «evitare ogni elemento di corruzione e promuovere i valori cristiani». Infatti, «troppi spettacoli fra quelli che sono offerti non raggiungono il livello culturale e morale che si sarebbe in diritto d’esigere. Il fatto più doloroso è che il film frequentemente presenta un mondo, dove gli uomini vivono e muoiono come se Dio non esistesse […]». L’origine della situazione attuale è da «ricercarsi nella tepidezza religiosa di tanti, nel basso tono morale della vita pubblica e privata, nella sistematica opera d’intossicazione delle anime semplici, a cui il veleno è propinato dopo averne, per così dire, narcotizzato il senso della genuina libertà» e ciò «non può lasciare i buoni immoti nel medesimo solco, contemplatori inerti di un travolgente avvenire». In particolare, alla radice dei mali odierni e delle loro funeste conseguenzesta«il letargo dello spirito, l’anemia della volontà, la freddezza dei cuori. Gli uomini da una tale peste ammorbati, quasi a giustificazione, tentano di circondarsi delle antiche tenebre e cercano un alibi in nuovi e vecchi errori».
Papa Pacelli, in un suo discorso ai Giovani di Azione cattolica italiana del 4 novembre 1953, ribadì come il mondo stesse attraversando (oggi più di allora!) uno dei suoi periodi più gravi dove emerge il «contrasto fra le luci di un gigantesco progresso tecnico e le tenebre di un funesto decadimento morale, non solo per una sempre più audace immodestia di mode, di figure, di spettacoli, ma anche per la progressiva negazione delle verità fondamentali, su cui riposano il divino Decalogo e la condotta cristiana della vita. Sembra che le umane strutture rendano ogni giorno più difficile agli uomini il cammino verso la conoscenza, l’amore e il servizio di Dio e verso il fine ultimo che è il possesso di Lui nella Sua gloria e la Sua felicità».
In un altro discorso del 10 novembre 1940, Pio XII aveva ricordato come il vento del “laicismo” si fosse tanto insinuato nell’anima dei popoli che «il giovane cristiano, in mezzo alla società, per conservare viva la sua fede» si ritrova a dover navigare «contro una formidabile fiumana di materialismo, d’indifferenza religiosa». Il Papa rivolse poi loro una sfida, che ogni cattolico dovrebbe far propria: «guardate intorno a voi, e dite se voi, cresciuti alle cose celesti, non oserete per il servigio e l’amore di Gesù Cristo ciò che altri giovani osano e soffrono per l’appassionato attaccamento ad un ideale terreno e caduco» e se non sarebbe uno «spettacolo indecoroso il vedere la “Gioventù atea” pensare più spesso e più ardentemente a Dio per negarlo e farlo negare, per odiarlo e farlo odiare, che voi, Giovani cattolici, per amarlo e servirlo e farlo servire ed amare».
Parole che dovrebbero stimolare ogni cattolico ad una sana reazione ai continui attacchi del materialismo contro la legge naturale.
Fonte: CR



