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Festeggiare per celebrare la vita

Un altro anno sta per finire, finalmente arriva il periodo delle feste. Ma qual è il loro ruolo nella nostra vita?

Alla fine dell’estate si inizia già a pensare a Natale, alla fine di Natale si pensa a Capodanno, alla fine di Capodanno a Pasqua, poi all’estate. E così procediamo di festività in festività come se fossero delle parentesi nella nostra vita, dei periodi luminosi tra periodi bui che attendiamo con ansia per non pensare o per pensare ad altro, per fuggire. Abbiamo spesso dei buoni propositi per l’anno nuovo, per non ripetere più gli stessi errori, per migliorarci, per trovare la gioia, come se la gioia si nascondesse di proposito. Eppure, tra una festa e un’altra è tutta la vita che trascorre e noi con essa. La festa in realtà nasce proprio come celebrazione di questa vita, di questi periodi intermedi in cui la quotidianità si costruisce, le relazioni nascono, i propositi si fanno spazio e i progetti prendono forma. Il ripetersi di anno in anno delle festività contrasta con la tendenza generale della nostra civiltà in cui il tempo è effimero, gli oggetti si gettano perché rapidamente sostituibili; in cui ci si dimentica facilmente di tutto, di un amico lontano, di una parola detta con rabbia, di un conflitto che non ci tocca, di bambini che non nascono, di anziani soli, di tradizioni antiche, di monumenti che hanno accolto la nostra storia. Le celebrazioni esistono per ricordarci che l’umanità ha una storia ciclica, che la memoria è importante, che ogni sua traccia è un monumento a celebrazione della vita e che il tempo esiste davvero nel momento in cui gli diamo valore. Così la riapertura di Notre Dame di Parigi ha improvvisamente ricordato all’umanità qualcosa di viscerale, profondamente intimo e arcaico: la possibilità sempre presente di restaurare in ogni momento, ad ogni epoca, e indipendentemente da qualunque incendio il legame tra l’umano e il divino, che accoglie chiunque abbia bisogno del calore di un padre, di una madre o di un figlio.

Si dice sovente che bisognerebbe umanizzare il mondo, umanizzare le relazioni. Sono delle belle parole, nobili. Si potrebbe addirittura immaginare come un programma da realizzare: umanizzare il mondo. Natale ci ricorda che, sì, bisogna umanizzare il mondo, ma per fare questo bisogna innanzitutto divinizzare l’essere umano. San Basilio diceva: l’essere umano è un animale che ha ricevuto la vocazione di diventare Dio. Un piccolo bambino: ecco il segno che gli Angeli indicano ai pastori per trovare l’Emmanuele – Dio con noi. Un piccolo bambino: segno di fragilità, di vulnerabilità, di debolezza, del limite, dell’impotenza, del bisogno. Il Natale, in particolare, ci insegna che la salvezza dell’umanità consiste nel fare delle nostre debolezze, dei nostri limiti e anche delle nostre mancanze, un luogo di accoglienza. La festa non è per dimenticare, ma è per ricordare. Ogni festa deve celebrare la vita e darci la forza per continuare a vivere, perché ogni giorno diventi un buon motivo per ringraziare dei doni e della amore ricevuti e donarli senza limiti. 

Buon Natale a tutti!

Anna Chialva, Universitari per la Vita di Genova

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