James David Vance è davvero un “campione pro-life”?

Il 15 luglio scorso, in occasione della Convention Nazionale Repubblicana di Milwaukee, l’aspirante Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato come suo futuro vicepresidente il senatore dell’Ohio James David Vance. Molti hanno esultato per questa scelta, essendo Vance un neoconvertito alla fede cattolica e, come asserito da alcuni, un “conservatore attento ai valori”. In effetti, lo stesso Vance ha affermato in passato di essere “100% pro-life”, usando termini forti contro l’aborto. In un articolo del magazine Crisis, intitolato Trump-Vance: The Soft-Prolife Ticket a firma di Sean Fitzpatrick, si ricorda come il candidato alla vicepresidenza «lo scorso novembre condusse una vigorosa campagna contro l’emendamento alla Costituzione dell’Ohio che voleva consentire l’aborto senza restrizioni fino alla nascita, descrivendo l’approvazione di quel terribile emendamento come un “pugno nello stomaco”». Ciononostante, nel medesimo articolo, vengono sollevati dei dubbi circa l’integralità del pensiero di Vance sull’argomento. Infatti, sembrerebbe che la forza della sua posizione sull’aborto si stia indebolendo con l’avanzare della sua carriera politica. Donald Trump, già l’8 aprile scorso, dichiarava di essere favorevole all’aborto in alcuni casi come lo stupro, l’incesto o il pericolo di vita per la madre. «Fate quello che è giusto per le vostre famiglie e quello che è giusto per voi», disse pubblicamente alle donne americane e, nel medesimo discorso, ribadì anche il suo forte sostegno alle tecniche di fecondazione artificiale. Purtroppo, il senatore Vance ha adattato la propria linea politica a questa visione, ben lontana dall’essere autenticamente pro-life.
Il 13 giugno scorso, il senatore Vance si è dichiarato favorevole alla decisione della Corte Suprema di non restringere l’accesso alla pillola abortiva, affermando, al Meet the Press della NBC: «sulla questione della pillola abortiva, molti di noi hanno detto: “La Corte Suprema ha preso una decisione che dice che il popolo americano deve avere accesso a quel farmaco”. Donald Trump ha sostenuto questa opinione. Io sostengo questa opinione». Il giorno prima, ha anche firmato una lettera in cui si asserisce: «sosteniamo con forza il mantenimento dell’accesso alla fecondazione assistita in tutta la nazione, che ha permesso a milioni di aspiranti genitori di creare e far crescere le loro famiglie».
Non si può affermare di essere cattolici e “campioni pro-life” per poi tradire tale identità e rilassare la propria posizione su questi temi, nemmeno per interesse politico. Bisogna stare attenti a non santificare prima del tempo certe personalità solo perché, in passato, hanno sostenuto posizioni pro-life, foss’anche integrali. L’unico giudizio che si può dare è sulla coerenza tra il loro operato e le parole pronunciate. A giudicare dai presupposti, per il momento non sembra si possa esultare e non si può perché la battaglia pro-life o è integrale o non è. Quando si inizia a cedere a compromessi, inizialmente anche di minore entità, si finisce inevitabilmente per farlo su questioni della massima importanza. Questo perché qui non si tratta di compromessi su mere opinioni, ma su questioni di principio e i principi non ammettono deroghe, né rimodulazioni. Il principio è tale perché generale, valido in tutti i tempi e luoghi. E sull’aborto, il principio è molto semplice: non è lecito ad alcuno togliere la vita all’innocente. Sulla fecondazione artificiale potrebbe essere più complesso intravedere questo principio considerato che, agli occhi di molti, essa dà la vita e non la toglie. Ma c’è un duplice inganno: il primo è che, a fronte di un essere umano a cui la vita è data, a molti altri essa viene tolta a causa dell’intrinseca abortività delle tecniche di fecondazione artificiale, come spiegato in un precedente articolo. Il secondo, consiste nel fatto che si pensa erroneamente di poter compiere un male per ottenere un bene e il male non sta solo nell’abortività delle tecniche, ma ancor prima, come spiegato a più riprese da papa Pio XII, in quell’atteggiamento che «pretenderebbe di separare, nella generazione, l’attività biologica dalla relazione personale dei coniugi». Questo è il motivo per cui, in base ai principi del diritto naturale, «il semplice fatto che il risultato a cui si mira è raggiunto per tale via non giustifica l’uso del mezzo stesso; né il desiderio, in sé pienamente legittimo negli sposi, di avere un bambino, può bastare a provare la legittimità del ricorso alla fecondazione artificiale che appagherebbe tale desiderio».
Il prof. Mario Palmaro (1968-2014), nel suo libro Aborto & 194 (Sugarco, 2008), dedicò un intero capitolo a spiegare quale dovrebbe essere la posizione di un vero pro-life e, al medesimo tempo, la posizione erronea di molti pro-life contemporanei. Nell’incipit del capitolo affermava: «Chi è un pro-life? È una persona che si batte affinché le leggi e la cultura di una civiltà riconoscano il diritto alla vita di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale. Dunque, il pro-life non è soltanto contrario in linea di principio, cioè moralmente, all’aborto e all’eutanasia. Non gli basta sforzarsi di evitare queste condotte nella sua esistenza. Non si accontenta di fare obiezione di coscienza se è un medico, e di astenersi dal praticare aborti o “morti pietose”. Il pro-life si impegna perché le leggi vietino aborto ed eutanasia. A tutti. Lo fa perché vuole difendere non un’opinione personale, ma degli esseri umani innocenti. Vuole impedire che lo Stato, che ha il compito di tutelare la vita di ogni persona, legalizzi l’uccisione dell’innocente “a certe condizioni”» (p. 71).
Certo, questa posizione è scomoda ed è umano scoraggiarsi quando si constata che molti politici (e persino uomini di Chiesa) “mollano” su questi temi spinosi, concentrandosi su altro. Ma bisogna stare attenti che tale scoraggiamento non comporti anche per noi stessi o per altri un cedimento simile. Palmaro metteva in guardia dalla tentazione di una “mutazione genetica”, da una nuova “cultura pro-life” «la cui strategia si può riassumere in questi termini: tutto ciò che è ormai legge dello Stato, e che gode di consenso diffuso nella società, deve essere accettato così com’è. Anzi: bisogna evitare di denunciare la sua ingiustizia per ragioni “strategiche”. Di più: bisogna cambiare il nostro sguardo, modificare il giudizio originario, e vedere in ciò che un tempo chiamavamo iniquo addirittura i segni del buono e del giusto. Questa è una posizione che non ha nulla a che vedere con il senso stesso di una presenza pro-life, e meno che meno – lo diciamo per coloro che sono credenti – con una presenza cattolica nella realtà» (p. 72).
Purtroppo, «è questo il vero, unico obiettivo dell’intellettuale neo pro-life. Egli si muove in una prospettiva mutuata essenzialmente dalla politica, fatta di astute strategie ed equilibrismi bizantini. La logica è che si possa rosicchiare qualcosa alla cultura della morte evitando di dire la verità. Per cui, vengono messe al bando le affermazioni di principio, considerate apodittiche e sintomo di personalità un tantino integraliste […] Al punto che – nel volgere di poco tempo – la strategia si confonde e si sovrappone all’ortodossia; la tattica si mangia la verità». Il problema è «che questa dottrina si adatta come un guanto alla strategia rivoluzionaria tipica della cultura della morte: che consiste nel modificare continuamente “la linea del Piave morale”, obbligando chi prova a resistere a spostare continuamente la propria linea difensiva» (p. 74).
Eppure, non si può cedere, nemmeno un po’, ne va della vita di quegli esseri umani innocenti che non hanno voce.
Fonte: CR



