Vai al contenuto

Futuro Nazionale ha compreso la reale portata della legge 194?

Fonte immagine: fanpage.it

Lo scorso 24 agosto, il partito Futuro Nazionale (FN), fondato dal generale Roberto Vannacci, ha pubblicato la seconda parte del suo programma politico in vista delle elezioni del 2027. Nel documento contenente la “Base Ideologica e Programmatica” si legge che, sul tema dell’aborto, occorre constatare «che la vigente legge 194/1978, […] di fatto non prevede l’istituzione di un presunto “diritto di aborto”, espressione linguistica che infatti, nel testo normativo, non compariva né compare in alcun articolo, ma procedeva di fatto ad una depenalizzazione circostanziata dell’aborto che, comunque la si pensi, non istituisce un diritto […] Stando alla stessa lettera di tale legge, visto che essa è vigente ci appare come primo passo naturale, semplice e di primaria importanza attuarne gli aspetti di prevenzione e sostegno alla vita […]» (p. 85).

Inoltre, si afferma, «Futuro Nazionale è anche favorevole alla presenza delle associazioni pro-vita nei consultori, per favorire la scelta delle madri di dare alla luce i propri figli e non interromperne l’esistenza durante la gravidanza […]» (p. 86). In seguito alle prevedibili reazioni dei media, il generale Vannacci ha voluto precisare sui propri social che FN «non propone di cancellare la legge 194/1978, anzi, la conferma. Proprio questa legge, infatti, definisce l’aborto una facoltà e non un diritto. Inoltre, propone di applicarne integralmente anche la parte sulla prevenzione dell’aborto, sul sostegno alla maternità e sull’aiuto alle donne in difficoltà» (tondo nostro).

Affermare di voler restringere la pratica abortiva per poi confermare la legge 194 significa, nella migliore delle ipotesi, non aver compreso la reale portata di questa norma. Che l’aborto non sia un diritto è vero, come già dimostrato in passato avvalendoci dell’insegnamento filosofico del prof. Régis Jolivet (qui). Che però la legge 194 non stabilisca un diritto all’aborto è falso e l’assenza della parola “diritto” nella lettera della norma non prova nulla. Facta sunt potentiora verbis.

Il prof. Mario Palmaro (1968-2014) in “Aborto & 194” dedica diverse pagine (pp. 76-81) alla pericolosa svolta ideologica del movimento pro-life italiano. In particolare, prendendo le mosse dall’opera “Rivoluzione e Contro-rivoluzione” del pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) notò come «la legalizzazione dell’aborto risente moltissimo del processo rivoluzionario, e ne è un frutto esemplare. Tuttavia, l’evoluzione del dibattito moderno sull’aborto legalizzato lascia intravedere un’ipotesi aggiuntiva, rispetto al modello elaborato da Corrêa de Oliveira: una “Quinta Rivoluzione”. Una fase in cui il compimento perfetto della rivoluzione consisterebbe nel convincere gli avversari del processo rivoluzionario che ormai non c’è più motivo di fare alcuna resistenza […]» e dove l’aspro conflitto tra abortismo e anti-abortismo «tende a raggiungere una ricomposizione, una mediazione, una condizione di stallo definitivo, che consenta di relegare il tema dell’aborto nelle questioni assorbite, accettate e digerite del mondo post-moderno».

Il punto di equilibrio si raggiungerebbe in base ad un “accordo” non scritto per cui (a) gli abortisti abbandonerebbero alcune loro rivendicazioni, riconoscendo un solidaristico aiuto economico alle donne in gravidanza e (b) i neo pro-life (come li definisce Palmaro) rinuncerebbero «definitivamente ad ogni velleità di abrogare o anche solo di modificare le leggi che permettono l’aborto». Anzi: essi dovrebbero «proporre di impegnarsi per collaborare ad una migliore applicazione delle stesse, finalizzata alla “riduzione del danno”, cioè alla diminuzione degli aborti».

In questo scenario i neo pro-life emettono una sorta di “giuramento” di fedeltà alla legge vigente, seppure “applicata anche nelle sue parti buone”, tacendo la loro segreta contrarietà all’aborto, evitando di farne una bandiera pubblica e limitandosi «a testimoniare una convinta “preferenza per la nascita”, che però si fermerà sempre un passo prima della “scelta”, in rispettoso silenzio davanti al dramma della donna, cui sola spetta decidere».

Tale azione si concretizzerebbe nella presenza dei neo pro-life negli ospedali e nei consultori, irrobustita da finanziamenti statali, trasformando nel tempo strutture di assistenza alle donne con gravidanze difficili in realtà molto organizzate, con dipendenti stipendiati al posto degli antichi volontari. Si ricordi, anzitutto, che l’attività dei cattolici nei consultori presenta un grave problema morale sul rilascio del certificato propedeutico all’aborto, come evidenziato da papa Giovanni Paolo II nella sua lettera del 1998 all’episcopato tedesco (nn. 4-8).

Secondo, si domandava Palmaro, questo esito sarebbe un buon risultato? La risposta è lapalissiana: «nient’affatto. Anzi, è probabilmente l’esito peggiore che si possa immaginare. Quella che sembra una geniale opera di mediazione si rivela, a ben guardare, una vittoria totale della cultura abortista, che assorbe e normalizza anche il mondo dei neo pro-life. Infatti, […] in questa operazione tutti, compresi i neo pro-life, accettano il caposaldo del pensiero abortista: l’aborto è una questione di scelta della donna», insieme alla “necessità” di una legge che regolamenti l’aborto. Il paradosso di questa operazione è che i pro-life stessi lavorerebbero per il consolidamento sine die della legge 194. Infatti, «se l’azione di assistenza funziona, si può prevedere una flessione del numero degli aborti. Ma, se gli aborti diminuiscono, si dirà che la legge ha funzionato bene, e che non occorre modificarla». Il fatto più grave è che «cessando di proclamare l’iniquità della legge sull’aborto, nella società civile scomparirà totalmente la percezione – anche limitata a una piccola minoranza – dell’orrore rappresentato da una legge che ammette la soppressione dell’innocente».

Si potrebbe dire che i neo pro-life sono un movimento pro-life “senza speranza”: «non credono più possibile cambiare le cose in questo mondo, e quindi modificano i loro ideali in maniera da renderli adatti alla nuova situazione». L’ideologia neo pro-life, prosegue Palmaro, «rinuncia ai princìpi tacciandoli di “utopismo” e, allo stesso tempo, certifica la “bontà” della 194». Il prof. Palmaro ne riportò numerosi esempi in quelle pagine, ma FN ne costituisce uno nuovo nel panorama attuale.

Lo “sdoganamento della 194” passa anche dal negare che essa sancisca un diritto all’aborto. Questa teoria non è inedita: già nei primi mesi del 2008, i giuristi cattolici Giuseppe Dalla Torre e Francesco D’Agostino sostenevano «che la 194 non ha depenalizzato l’aborto e che non esiste in Italia un diritto della donna alla scelta in materia di aborto volontario». Leggendo quegli scritti, prosegue Palmaro, sembra di capire che la legge 194 non abbia legalizzato l’aborto in Italia e che i 6 milioni di innocenti eliminati in quasi cinquanta anni «siano il frutto di un tragico equivoco interpretativo, e non dell’iniquità intrinseca della norma». 

Purtroppo, sottolinea a pieno titolo il filosofo del diritto, «la realtà è che la 194 ha introdotto in Italia il “diritto di scelta” per la donna di fronte alla gravidanza. E questo significa, per logica conseguenza, che la donna ha il diritto di abortire. L’insindacabilità di questo diritto si ricava dalla vaghezza – ai limiti della presa in giro – dei requisiti che consentono l’accesso all’aborto. Nei primi 90 giorni la richiesta della donna è causa sufficiente per ottenere l’intervento, nessuno potendo opporre un rifiuto a quella richiesta, come certificato purtroppo da numerose sentenze di merito sull’argomento. Dopo i primi tre mesi, la legge imbocca con decisione la strada dell’eugenetica, nonostante la pietosa foglia di fico del riferimento alla “salute psicofisica della donna”». Per di più, «la legge 194 è una classica “norma procedurale”, […] Ciò che conta è agire dentro la procedura, con il risultato paradossale che lo stesso atto medico – finalizzato a uccidere il concepito – è buono e giusto se fatto in un ospedale pubblico, e brutto e cattivo, dunque da sanzionare, se operato in una clinica privata».

Nuovamente, un partito politico, per necessità piegato alla maggioranza, si rivela lo strumento meno idoneo per condurre una battaglia integrale in difesa della vita innocente.

Fonte: CR

Lascia un commento