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Siamo davvero “Liberi fino alla fine”?

“Gli ospedali sono nati non tanto per curare la gente, quanto per assistere gli incurabili. Non quelli che ti danno gusto perché guariscono, ma quelli che vanno accompagnati a morire. Perché? Perché i cristiani non hanno paura del limite e proprio per questo lo condividono e lo portano con sé. È impressionante come invece nei nostri ospedali questa cosa sia fatta fuori. Il cristiano non si scandalizza del limite, ma lo abbraccia e infatti la questione degli incurabili è la cosa che più colpisce e uno se li prende a cuore”[1].

Questa frase del medico Enzo Piccinini sottolinea l’importanza del concetto di “cura” nel trattamento dei malati. Cura che non coincide necessariamente con la guarigione, ma che è rivolta anche ai cosiddetti “inguaribili”. Come ricorda la recente lettera Samaritanus Bonus:

“Riconoscere l’impossibilità di guarire nella prospettiva prossima della morte non significa, tuttavia, la fine dell’agire medico e infermieristico. […] inguaribile, infatti, non è mai sinonimo di “incurabile”. [..] L’obiettivo dell’assistenza deve mirare all’integrità della persona, garantendo con i mezzi adeguati e necessari il supporto fisico, psicologico, sociale, familiare e religioso”[2].

Questa attenzione nei confronti dei malati sta lentamente scomparendo nel panorama attuale.

La recente raccolta firme “Liberi fino alla fine” (che ha superato il milione di firme) è l’ennesimo tentativo di far passare il concetto secondo il quale l’uccisione di un malato rappresenti la soluzione alle sue sofferenze e, di fatto, punta a legittimare l’omicidio del consenziente. Queste conclusioni risultano generate dal fatto che oggi si tenda ad avere una visione estremamente utilitaristica della persona umana e ciò lede profondamente la sua dignità. Come si afferma sempre nella Samaritanus Bonus, infatti:

“[…] la vita viene considerata degna solo se ha un livello accettabile di qualità, secondo il giudizio del soggetto stesso o di terzi, in ordine alla presenza-assenza di determinate funzioni psichiche o fisiche, o spesso identificata anche con la sola presenza di un disagio psicologico. Secondo questo approccio, quando la qualità della vita appare povera, essa non merita di essere proseguita. Così, però, non si riconosce più che la vita umana ha un valore in se stessa”[3].

Innanzitutto, l’obiettivo del medico è, come dicevamo, quello di curare, assistere il malato e non quello di provocarne la morte. Come dice il medico Lucien Israel:

“Un medico non può uccidere un suo simile. Fa ciò che è necessario per dare sollievo ai suoi dolori fisici e alle sue difficoltà psicologiche attraverso le cure, la gentilezza e tutto ciò che gli fa percepire che c’è qualcuno intorno a lui che si occupa di lui. Invece l’omicidio del malato viene mascherato con la presunta compassione, l’empatia, il volergli tanto bene da volere il suo massimo bene, tanto da ucciderlo, o, per usare un termine popolare, «farlo passare a miglior vita»”.

Come per quanto riguarda l’aborto, la realtà dei fatti viene mistificata, facendo passare per un atto di carità quello che, a livello pratico, è un omicidio. Questo atteggiamento viene ben descritto dal card. Muller:

Anche se la parola eutanasia attiva suona come aiuto ed empatia, l’aiuto veramente umano per una persona morente consiste nel rispettare la sua dignità di essere umano nell’ultima fase della vita. Si dovrebbe dargli coraggio nella sua paura e dargli la speranza che il nostro Creatore non ci lascerà soli nella e dopo la morte. […] L’uccisione deliberata e consapevole di un malato è il peggior attacco alla sua dignità, perché gli si sta dicendo che non esiste come persona per se stessa ed amata da noi, ma – dal punto di vista dell’utilitarismo – solo nella misura in cui è utile alla società. E perfidamente, gli si chiede anche l’accordo suicida di non voler più essere un peso inutile per i suoi simili.”

Noi siamo convinti del fatto che questa deriva utilitaristica vada arginata e, per farlo, riteniamo che sia importante, innanzitutto, tornare al vero fine e significato della professione medica. Ribadiamo anche l’importanza della formazione, senza la quale è molto difficile che le persone comprendano quanto la vita di ciascuno sia preziosa, unica, insostituibile.

Non importa in quali condizioni si trovi una persona: proprio perché fa esperienza di una grande sofferenza, merita assistenza e vicinanza da parte dei medici e delle persone care e non merita, al contrario, di essere ritenuta non degna di continuare a vivere i giorni che le restano, tanti o pochi che siano.

La vita è il primo bene, fondamento di qualsiasi altro bene. Non può esistere un “bene maggiore” che giustifichi l’eliminazione dell’innocente, in qualunque fase della sua vita. Mai.

Agata Ippolito & Marco Pirlo


[1]Ho fatto tutto per essere felice” di Marco Burdazzi, pp. 20-21.

[2] Lettera “Samaritanus bonus” della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, 22 Settembre 2020, cap. 1, p. 4.

[3] Ibid., cap. 4, p. 7.

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