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Prima regola del “diritto all’aborto”: non parlare mai dell’aborto

Buone notizie per il fronte pro-vita: in un recente articolo su The Vision, l’autrice ci svela quali siano i colpi più critici che un abortista possa ricevere. Per chi non abbia tempo da dedicare a questa interessante lettura, ne riportiamo una sintesi: per far sì che la macchina dell’aborto possa continuare a lavorare con agilità e disinvoltura, è fondamentale, o quantomeno vivamente consigliato, tacere su quali siano i danni psicologici, il dolore, la tragedia che accompagneranno la donna che si sottopone a tale procedura; allo stesso modo, mettere al centro del dibattito il concepito, essere umano soppresso da tale pratica, risulta stridente alle orecchie dei signori fautori dell’aborto libero e legale.

Volendo parlare dell’aborto “senza tabù”, come ci suggerisce l’illuminante articolo di The Vision, è doveroso mostrare alcuni dati che riguardano proprio i danni psicologici del post-aborto. In un’analisi condotta nel 2011, pubblicata sul British Journal of Psychiatry, Priscilla K. Coleman riassume i dati provenienti da ben 22 studi in materia in cui si pone il quesito “c’è correlazione tra aborto e salute mentale?”, mettendo a confronto il gruppo delle donne che si sono sottoposte ad aborto con coloro che non lo hanno fatto. Il risultato è che le donne che hanno vissuto l’esperienza dell’aborto riscontrano l’81% di probabilità in più di incorrere in malattie di tipo mentale. Andando più nel dettaglio, si avranno più alte probabilità di cadere in stato di ansia e depressione (rispettivamente del 34% e del 37%), di incorrere in abuso di sostanze quali alcol e marijuana (110% e 230%), mentre la probabilità di comportamento a tendenza suicida sale del 155%.

La Coleman lamenta inoltre la scarsità di letteratura scientifica riguardante i benefici che l’aborto avrebbe sulla salute delle donne, di cui non si ha dimostrazione scientifica alcuna. Dati preoccupanti questi, che dimostrano come la sofferenza e il dolore non siano solo parte di una “retorica” antiabortista, ma l’intrinseca realtà che l’atto dell’aborto porta con sé.

Altra terribile seccatura per l’abortista è il sentir parlare del concepito e soprattutto evidenziare il fatto che sì, si tratta proprio di un essere umano. Basta aprire un manuale di embriologia per avere conferma di ciò: «Lo sviluppo umano inizia al momento della fecondazione, cioè il processo durante il quale il gamete maschile o spermatozoo si unisce ad un gamete femminile (ovulo) per formare una singola cellula chiamata zigote. Questa cellula totipotente altamente specializzata segna il nostro inizio come individuo unico […]. Lo zigote è l’inizio di un nuovo essere umano». (K.L. Moore, The Developing Human: Clinically Oriented Embryology, Sanders 2003).

Anche in questo caso non si può parlare di una vuota “retorica dei diritti umani”, come di un qualcosa privo di fondamenti reali. L’embrione e il feto sono stadi diversi dello sviluppo dell’essere umano, e come tali vanno tutelati per legge. Affermare il contrario è irrazionale e profondamente anti-scientifico.

Qui entra in gioco il cattolicesimo, onorevolmente imputato per essere da intralcio al sogno abortista.

Ogni buon cristiano è consapevole che la vita è un dono prezioso di Dio.

«Sei tu che hai formato i miei reni/e mi hai tessuto nel grembo di mia madre» e «Non ti erano nascoste le mie ossa/quando venivo formato nel segreto,/ricamato nelle profondità della terra./Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi;/erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati/quando ancora non ne esisteva uno» canta il salmista (Salmo 138).

Sa inoltre l’uomo di essere creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,27), per cui porta con sé una scintilla particolare del Divino. Ogni persona è un essere unico e irripetibile che fa parte di un disegno d’amore.

Tutto questo non va a togliere nulla a quanto già detto né lo contraddice, ma anzi arricchisce e dona pienezza.

Il Cristiano in modo particolare è chiamato a combattere in difesa del concepito, sebbene chiunque tramite l’intelletto e la ragione possa capire il valore di questa battaglia e prenderne parte.

Ciò che evince dall’articolo di The Vision è il solito desiderio della cultura della morte di silenziare chi abbia un’opinione contraria e, oltre all’opinione, porti l’evidenza dei fatti. Si può infatti parlare di aborto, ma solo nei termini in cui si è disposti a mentire: l’aborto non provoca danno alle donne che ne fanno ricorso; l’aborto non uccide un essere umano. Queste le due grandi menzogne fondamentali a tenere viva e grassa l’industria dell’aborto. La paura che questi dogmi centrali dell’ideologia abortiva possano venir smascherati è così forte da richiedere l’intervento della censura, mezzo prediletto dei migliori regimi totalitari.

Vogliono silenziarci e per questo è importante parlare.

Parliamo di aborto ogni giorno, perché ogni giorno si perpetra questo silenzioso sterminio degli innocenti. Parliamo del dolore che comporta scegliere la morte del proprio figlio non ancora venuto alla luce, perché si costruisca consapevolezza tra le donne; perché nessuna incappi disperata in quello che si rivelerà l’errore più grande della sua vita.

Parliamone perché il sistema mediatico è asservito alla cultura mortifera: mente e omette.

Parliamone fino alla nausea, in famiglia, tra gli amici, con i conoscenti e con gli sconosciuti.

Potranno censurarci, ma rimaniamo consapevoli che una verità bisbigliata sarà sempre più forte di una menzogna urlata.

Chi crede alla favola dell’autodeterminazione si tenga pure il bavaglio, ma chi realmente ama le donne e i bambini, per favore, parli.

Sara Sanna

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