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Mio figlio, concepito in uno stupro, è la più grande benedizione della mia vita

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Un nobile e caritatevole dono di Dio – questo è ciò che significa il nome di mio figlio, concepito in uno stupro di gruppo.

Ho subito un trauma la notte in cui è stato concepito. Non si può negare l’esistenza di un trauma dopo che due uomini ti hanno puntato una pistola alla testa e ti hanno violata in ogni modo immaginabile. Onestamente, quando ebbero finito con me, non ero sicura del perché Dio mi avesse risparmiato la vita.

La mia anima si è quasi chiusa, e ho vissuto in uno stato di lutto perpetuo.

Nel frattempo, un membro del clero della chiesa che frequentavo in quel periodo mi proponeva con insistenza di prendere la pillola del giorno dopo. All’epoca non ero sicura di come mi sentissi riguardo al “Piano B”, ma sapevo abbastanza da comprendere che poteva impedire a un essere umano unico di impiantarsi nell’utero durante il suo stadio embrionale. Così ho deciso di non prenderla e di evitare i numerosi messaggi di testo e telefonate da parte di quel pastore. Ho ignorato i messaggi vocali contenenti la stessa ripetuta domanda: “C’è una piccola finestra di tempo – l’hai già presa?!”

Per lo più, ho coccolato il mio bel gatto e ho pianto, mentre pregavo e chiedevo a Dio perché avesse permesso che la tortura subita quella notte continuasse permettendomi di sopravvivere. Mi sentivo sporca, consumata – come se mai più sarei stata completa, mai più pulita; non avrei mai più provato gioia o la sensazione di avere di nuovo uno scopo. E sentivo di non avere motivo di continuare a vivere.

Ho superato le visite mediche, gli esami e i trattamenti proattivi per le MST (malattie sessualmente trasmissibili ndr.) che ho ricevuto, nel caso in cui fossi stata esposta a qualcosa. Ho sopportato i terribili effetti collaterali della profilassi post-esposizione (PEP), intesa a prevenire la trasmissione dell’HIV. Ho affrontato i moti di questa nuova, anomala esistenza di cui non volevo far parte.

E poi ho notato gli stessi segni rivelatori di cui avevo già fatto esperienza in precedenza, quando ho avuto una gravidanza non pianificata che alla fine si è conclusa con un aborto straziante. Onestamente, lo sentivo, ma dovevo vederlo per crederci.

È così che sono finita da Walgreens, dove ho restituito la pillola acquistata per scambiarla con una scatola di test di gravidanza, con il cassiere che mi guardava come a dire che avrei dovuto sapere che non era così che funzionava.

Pochi minuti dopo, ero seduta in bagno con in mano il test, osservandolo da vicino, mentre la scritta “Incinta” appariva sul piccolo schermo digitale.

Ho riso. Ho riso così tanto.

In quel momento, sapevo, senza ombra di dubbio, che Dio aveva vegliato su di me. Vide ogni momento tortuoso dello stupro di gruppo che mi aveva lacerata. Mi ha vista piangere. Mi vide quando non volevo altro che essere travolta dall’oceano del mio dolore.

Dio ha dato al dolore che ho affrontato uno scopo. Mi ha dato un motivo per vivere. Mi ha dato il più grande dono di amore e gioia che potessi mai immaginare: l’opportunità di essere madre di un bambino perfetto.

Per quanto lo avessi desiderato, le battaglie da affrontare non erano purtroppo finite.

Dopo aver scoperto che ero incinta e che mi rifiutavo di prendere in considerazione l’aborto, il pastore che voleva spingermi ad assumere la pillola smise di parlarmi. Man mano che le voci si diffondevano in chiesa, alcune persone seguirono quella guida e smisero di parlarmi, ma la maggior parte di loro unì le forze e iniziò a farmi continue pressioni affinché abortissi.

Mi hanno ripetuto più volte che il mio bambino era “malvagio”, “la progenie di Satana”, “un promemoria permanente dello stupro”, “qualcosa che non era persona”, “disgustoso”, “un errore”, “la ragione per cui esiste l’aborto”, eccetera eccetera. Queste erano le cose più gentili che dicevano. Non riesco a contare il numero di volte che mi hanno detto che non avrei potuto amarlo perché ero stata vittima di uno stupro.

Le loro voci erano così chiassose e dolorose, ed erano incessanti. Quello che non hanno mai realizzato è che io stessa (la persona che fa da baby-sitter a tutti i loro figli, che è andata a pranzo con loro, ha lenito i loro dolori, ha preparato i pasti per le loro famiglie che li ha sostenuti nei momenti della nascita dei loro figli, nel momento della morte dei loro cari o durante interventi chirurgici, ha girato per le loro case, una buona amica per loro, che consideravano “un angelo sotto mentite spoglie”) sono stata concepita in uno stupro quando la mia madre biologica è stata minacciata con un coltello e violentata nel 1991.

La persona che stavano disperatamente cercando di convincere della natura intrinsecamente malvagia di quelli che chiamavano “i bambini dello stupro di Satana” era stata ella stessa concepita in uno stupro, e io non ho nessuna delle orribili caratteristiche che attribuivano a mio figlio.

Ricevevo le loro chiamate non-stop, i messaggi in cui mi spingevano a fissare un appuntamento per l’aborto e nel frattempo ho iniziato ad avere abbondanti emorragie. Ci sono voluti mesi per determinare che avevo avuto un’infezione a causa dello stupro e mentre l’infezione prendeva il sopravvento nel mio corpo, il sanguinamento diventava sempre più grave.

È stata l’esperienza più traumatica: piangere e implorare Dio di risparmiare la vita del mio bambino, di renderlo forte, di aiutarlo a resistere, e poi ricevere un messaggio che diceva qualcosa come “Devi sbrigarti a sbarazzarti del bambino del diavolo. ”

L’essere stata stuprata in gruppo non mi ha fatto tanto male come il dover sopportare quell’odio traumatico.

Quando l’infezione è stata finalmente scoperta, l’infermiera è stata intenzionalmente vaga quando mi ha chiamato per dirmi che dovevo iniziare immediatamente a prendere un antibiotico. Non voleva farmi preoccupare, ma io, da brava millennial,ho cercato su Google il nome dell’infezione e ho letto come poteva complicare la gravidanza. In un sito medico attendibile era mostrata la finestra temporale in cui questa infezione avrebbe potuto causare un travaglio pre-termine. Ero nell’ultima parte di quella finestra.

Ci sono volute settimane e più serie di trattamento antibiotico per liberare il mio corpo dall’infezione. Ho pianto di paura finché il sanguinamento non si è fermato, e quando finalmente è successo, a 20 settimane, ho pianto lacrime di ringraziamento. Dio continuava a proteggere il mio bambino, e solo una settimana dopo, ho scoperto che era un maschietto!

Nel momento in cui l’ecografista disse: “Oh, Paula! Questo qui è un maschietto”, ho esultato e le ho detto che si chiamava Caleb.

Quando le persone cercavano di parlarmi dell’aborto, dicevo loro che Caleb e io stavamo andando alla grande e che non vedevo l’ora di vedere il suo viso, tenerlo tra le braccia ed essere la sua mamma. Lo chiamavo proprio con il suo nome da settimane, ma non potevo ancora andare in chiesa senza che qualcuno mi dicesse che “non era troppo tardi per sistemare tutto”. Ho ricevuto offerte da molte persone, inclusa una donna benestante, tutta desiderosa di “aiutarmi” finanziando un viaggio nel New Mexico per un aborto tardivo.

Non importava che fosse ben oltre l’età in cui poteva sopravvivere al di fuori dell’utero. Non importava che avevo chiarito fin dall’inizio che NON avevo intenzione di abortire. Non importava che lo amassi con ogni fibra del mio essere. È stato concepito in uno stupro, e per loro, ciò significava che non era abbastanza degno di respirare una singola boccata d’aria. Secondo quello standard, non lo ero nemmeno io.

È stato un periodo così difficile. Ho pianto molto e mi sono aggrappata alla consapevolezza che Dio non crea le persone per buttarle via, e la sua luce ha sempre superato le tenebre.

Luce. Uso molto questa parola per descrivere il mio bambino.

Era il bambino più felice che avessi mai visto e ha continuato ad essere il più gioioso. A due anni e mezzo ama dare baci e abbracci. Mi raccoglie fiori di campo dal cortile e chiede di disegnare immagini per le persone perché dice che vuole renderle felici. Ama i bambini e da grande vuole diventare un medico supereroe.

Caleb ama pregare, e prega ogni giorno per le mamme, affinchè siano amate, e per i bambini nel loro grembo perché siano al sicuro.

Conoscendo in prima persona quanto difficile sia guarire dal trauma dello stupro e quanto difficile sia sostenere la coercizione da parte di coloro che spingono le donne ad abortire, guardo al mio bambino pregando per coloro che si trovano nella stessa situazione di prova che noi abbiamo vissuto, e mi commuovo. I piani di Dio sono sempre più grandi, sempre migliori, sempre per la nostra felicità.

Ora sono direttrice esecutiva di Hope After Rape Conception, un ministero pro-vita e no-profit, con la missione di assistere le donne rese madri dallo stupro e i nostri figli perché Dio mi ha chiamata a sostenere le altre persone che seguono la via della maternità dopo lo stupro, spesso nel modo in cui io avrei avuto bisogno di supporto.

“Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso”. (Genesi 50:20)

La nostra non è una storia triste. È vero che è segnata dal trauma, ma non è triste. La nostra storia racconta dell’amore sconfinato e redentore di Dio, che mi ha vista nel profondo della mia disperazione e mi ha dato la più grande benedizione della mia vita: un bambino concepito in uno stupro di gruppo, un bambino che troppe persone hanno ritenuto sacrificabile, un bambino che mi ha salvato la vita, un bambino destinato ad essere il mio nobile e caritatevole dono di Dio.

Traduzione a cura di Sara Sanna

Fonte: LiveAction

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