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Come deve comportarsi un pro-life davanti ad una gravidanza extrauterina?

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Carissimi amici, oggi vorremmo trattare lo spinosissimo tema delle gravidanze extra-uterine o ectopiche. Chi di noi non si è sentito domandare come comportarsi nel caso di gravidanza extra-uterina? Questo caso particolarissimo e raro (la maggior parte delle gravidanze ectopiche si risolve in un aborto spontaneo) viene più che sovente utilizzato per giustificare la pratica abortiva che da “extrema ratio” per una condizione di pericolo per la vita della donna diviene invece prassi comune per le più disparate motivazioni. A riprova di come il pendio scivoloso abbia un potere tremendo sulla cultura di un popolo: fa accettare dapprima i casi eccezionali e finisce per far diventare eccezione l’opposto di quanto voleva normalizzare, nella fattispecie, la consapevolezza che l’aborto è sempre un male intrinseco, in quanto sopprime una vita umana innocente.

Con questo articolo vorremmo sfatare uno dei tanti falsi miti dell’aborto come “soluzione” ad un problema di una tale e grave entità che non possiamo non esprimerci in merito. Cominciamo col dire che un feto ectopico (ovvero un feto che non si trova nella sua naturale posizione, cioè nell’utero, ma altrove), non è un “ingiusto aggressore” in quanto:

  1. Non ha alcuna intenzione di recare danno alla madre;
  2. Non si trova nel corpo della madre per volontà propria;
  3. Non ha alcun interesse a danneggiare la salute della gestante, anzi, potendolo, avrebbe ogni interesse a salvaguardarla, perché da essa dipende il suo personale futuro.

Di conseguenza esso è comunque e in ogni caso un essere umano innocente e, in quanto tale, degno di ogni protezione possibile. Questo è il motivo per cui, qualsiasi situazione dovesse presentarsi durante una gravidanza, compito del medico è quello di proteggere DUE vite, in quanto ha DUE pazienti e non uno solo. Dunque il cosiddetto “aborto terapeutico”, termine decisamente improprio, non può, nella maniera più assoluta, costituire una soluzione ad un’eventuale condizione patologica della madre perché la malattia non è il feto. Semmai lui può essere stato una causa, ma non è esso stesso la condizione patologica e perciò, se lui non è una malattia, non è terapia la deliberata soppressione della sua vita.

In particolare, nella gravidanza ectopica, che nella maggior parte dei casi è tubarica, la patologia è derivante dallo stato precario della tuba di Falloppio che si è danneggiata a causa della crescita del feto ectopico al suo interno. Tale processo di degradazione è graduale e avviene a partire dal momento dell’impianto, portando a tre fenomeni principali:

  1. Assenza di un adeguata decidua protettiva, e la conseguente profonda penetrazione della muscolatura tubarica da parte dell’ovulo fecondato.
  2. Perforazione dei vasi sanguigni più grandi nelle pareti muscolari della tuba da parte dei villi coriali dell’ovulo, che causa una profusa emorragia all’interno dei tessuti della tuba, al posto del normale afflusso di sangue per il feto, che è prodotto da un processo analogo nella gravidanza uterina.
  3. Ulteriori effetti distruttivi causati da questo stravaso di sangue, come la scissione e dissezione dei rivestimenti muscolari della parete tubarica, e non infrequentemente la distruzione della tuba o la sua conversione in un ematoma o un coagulo di sangue causato da ripetute emorragie interne.

Abbiamo appurato dunque che è la tuba l’organo che, attraverso la sua rottura, costituisce l’effettivo pericolo di vita per la donna. Analizziamo a questo punto i trattamenti odierni di una gravidanza extrauterina e cerchiamo di capire insieme quali sono abortivi e quali invece possono essere utilizzati.

Ad oggi la gravidanza ectopica viene gestita attraverso tre procedure principali:

  1. Somministrazione di metotrexato, un farmaco anti-tumorale che blocca la replicazione cellulare dell’embrione, causandone la morte;
  2. Salpingostomia, una procedura che prevede la rimozione selettiva dell’embrione lasciando la tuba in sede;
  3. Salpingectomia, una procedura che prevede l’escissione (rimozione) della tuba con il feto ectopico al suo interno.

Tali procedure vanno giudicate secondo quanto abbiamo riportato in un articolo precedente, valutandone in maniera certosina oggetto, intenzione e circostanza. Da un’attenta analisi dell’oggetto e dell’intenzione, al di là della circostanza (che come detto aggrava o attenua la colpa ma non la elimina), possiamo concludere che i primi due metodi costituiscono un aborto diretto, intenzionale e quindi la deliberata soppressione di un essere umano innocente. La terza via è l’unica tra le tre che ha per oggetto la rimozione della tuba danneggiata, il vero oggetto dell’operazione, che ha come effetto non desiderato (attenzione, questo è fondamentale!), la conseguente morte del feto ectopico. L’obiettivo dell’operazione, anche per i passi con la quale viene eseguita, è chiaro: rimuovere la tuba danneggiata e cercare di prevenire o fermare in tutti i modi l’emorragia (a seconda che la tuba non sia ancora rotta o che sia già andata incontro a rottura); non certo arrecare danno all’embrione che si trova lì solo per accidente.

La terza operazione rientra esattamente nel principio del doppio effetto, per il quale si richiede che siano contemporaneamente presenti cinque componenti:

  1. L’azione, in se stessa, deve essere buona o almeno non moralmente cattiva;
  2. L’effetto buono non può essere ottenuto in altro modo senza un danno o un male;
  3. L’effetto buono non deve essere il risultato di mezzi cattivi, o, mettendola in altro modo, l’atto cattivo non può essere il mezzo per produrre l’effetto buono;
  4. L’effetto cattivo non è voluto ma semplicemente permesso e tollerato;
  5. Ci deve essere una ragione proporzionata per eseguire l’azione.

Nella fattispecie:

  1. La salpingectomia ha come oggetto la rimozione della tuba danneggiata e non il feto ectopico, quindi non è un aborto diretto ed è moralmente accettabile;
  2. L’effetto buono, cioè salvare la vita della madre, non può essere ottenuto in altro modo possibile (ad oggi non è possibile re-impiantare l’embrione in utero, ma se fosse possibile è chiaro che la situazione cambierebbe radicalmente: se tuttavia si ricorre sempre all’aborto, come si può pretendere che la ricerca si sviluppi in questo senso?);
  3. L’effetto buono non viene ottenuto tramite un mezzo cattivo come l’aborto;
  4. L’effetto cattivo, ovvero la morte del figlio, non è voluta, ma tollerata;
  5. La ragione proporzionata per eseguire l’azione è presente in quanto la tuba danneggiata costituisce un pericolo costante per la vita della donna (se non si agisse morirebbero sia lei che il bambino).

Se si vuole una prova del fatto che l’oggetto reale dell’operazione è la tuba e non il feto, basti pensare che anche nell’ipotesi di una salpingostomia in cui venisse rimosso il solo feto ectopico, la tuba rimasta in sede continuerebbe a costituire una seria preoccupazione per il medico, in quanto il processo di danneggiamento iniziato dall’impianto, potrebbe portarla comunque a rottura anche se non c’è più un organismo in crescita che eserciti una pressione dall’interno.

Vi sono in realtà dei rarissimi casi, in cui il feto riesca a raggiungere la viabilità prima che la tuba raggiunga un grado di danneggiamento tale da dover intervenire necessariamente con un’operazione di escissione. In quel caso, l‘operazione avrà lo scopo di far nascere prematuramente il bambino, che può essere salvato con l’attuale tecnologia delle terapie intensive neonatali.

Come abbiamo visto, l’aborto non è necessario neanche in questo caso, le soluzioni ci sono ma bisogna avere la volontà di cercarle e metterle in pratica, lasciando da parte il delirio di onnipotenza nello stabilire chi è degno di vivere e chi no. Le vite vanno protette entrambe, perché entrambe hanno intrinseco valore.

Fabio Fuiano

 

 

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