Leggi ingiuste: il prezzo della libertà in epoca moderna

Ma a partire dal Rinascimento è prevalsa una visione pubblicista del Diritto: è infatti questa l’epoca in cui muove i suoi primi passi il diritto amministrativo ed è l’epoca degli assolutismi, della modernità in cui i filosofi misero in dubbio le basi teologiche (e di fatto politiche) del sistema medievale, è l’epoca del protestantesimo e della maggiore rigidezza della Chiesa cattolica (data dal Concilio di Trento). La rottura dell’unità religiosa portò al conseguente “secolo di ferro”, cioè il secolo XVII, caratterizzata dalle guerre di religione.

Emblematica, nel campo del diritto, è l’espressione di Grozio “Etsi Deus non daretur”, con la quale si cercava di creare uno spazio sicuro in cui dialogare senza dover entrare nel campo teologico che risultava diviso sul piano religioso e politico.

Non deve perciò sorprendere se con l’Illuminismo si affermò la necessità dell’emancipazione del Diritto dalla Trascendenza la cui conseguenza fu l’esaltazione dell’Uomo, che era divenuto “misura di tutte le cose”, e non più Dio.

Da questa idea derivò la personificazione dello Stato – ovvero il descrivere l’entità politica, sociale e giuridica atta a governare i popoli e a garantire i loro diritti tramite la giurisdizione come una “persona”, introducendo l’astrazione nel campo del Diritto – e la riduzione del Diritto a contratto: cosicché si giunse a relativizzare i criteri su cui si basava il Diritto. È da questo momento che esso è rimasto senza criteri univoci e indiscussi.

L’evoluzione naturale di tutto ciò è stata il Positivismo, che nell’ambito giuridico ha portato al “potere magico del Diritto”, ovvero l’idea che il Diritto possa creare cose dal nulla e che possa manipolare la realtà a proprio piacimento: si poteva rendere vero il falso e il falso vero. Naturalmente il Diritto risentiva del proprio tempo, dello scientismo e dell’illusione di onnipotenza dell’uomo, della possibilità di pochi di dominare molti con le nuove conoscenze. Questo poteva spiegare il razzismo scientifico dell’Ottocento, quindi l’idea che gli occidentali ritenessero un proprio diritto quello di soggiogare gli altri popoli e predarne le risorse.

Hans Kelsen, noto giurista austriaco del primo Novecento, partendo dall’assunto che “la verità non è conoscibile”, arrivò a dire che “il Diritto si giustifica da sé”, perché si pone da sé e non ha bisogno di trarre autorità da ‘altro’: c’è una Grundnorm – cioè “norma fondamentale” – che, istituita su base contrattuale delle parti sociali e politiche di un paese, dice come si forma la legge, per cui il principio cardine fondante il Diritto è puramente formale, lasciando, appunto, la definizione degli aspetti sostanziali alla contrattazione tra i consociati.

Date le premesse, il Capoclassi, un profeta nel deserto, tentò di ricordare che nemmeno le norme positive possono arrivare a negare la soggettività dell’essere umano. Infatti già prima di Kelsen il colonialismo e il razzismo scientifico avevano portato degli uomini a vessare e a maltrattare in modi indicibili altri uomini su basi etniche e culturali, ma sarà il Novecento a vedere l’applicazione sistematica di mezzi sempre più efficaci di sottomissione e di sterminio di massa.

Un principio di risveglio dalla sbornia positivista è avvenuto con il Processo di Norimberga. Il ‘tribunale dei vincitori’ fece riferimenti squisitamente etici per giustificare la propria esistenza ed il merito delle proprie sentenze: esse infatti contraddicevano il principio della sovranità degli Stati, a cui i gerarchi nazisti si appellavano. Ma i giudici, riferendosi alla Teoria dei Diritti Umani, affermarono che esistono norme ingiuste, le quali violano una serie di diritti appartenenti all’uomo in quanto tale – e non più al “cittadino”, protagonista dalla rivoluzione francese -, per cui tali diritti dovevano essere sempre rispettati. Fu in ossequio a questi che il Tribunale di Norimberga violò il principio di sovranità, riconoscendo quindi che la tutela della persona in quanto intrinsecamente portatrice di diritti fosse più importante di un qualunque principio formale intrinseco alla natura dello Stato.

Qui potete trovare la prima parte dell’articolo.

CONTINUA …

Francesco Chilla

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